Un viaggio attraverso le curiosità, i segreti e i record del più grande pilota di F.1 di tutti i tempi
Simpatico no.
Michael Schumacher non lo appariva nel sentimento collettivo degli italiani quando, nel 1996, iniziò la carriera ferrarista. Aveva già vinto due titoli, era il campione in carica, ma gli si rimproveravano atteggiamenti agonistici spavaldi, una foga eccessiva, la freddezza nel mostrarsi. Persino la stampa non mitigava quell’immagine. La cavalcava. Il fatto che non parlasse una sola parola di italiano pareva un delitto di lesa maestà. Eppure nessuno si era lamentato di Gerhard Berger e del suo inglese o delle tumultuose e improvvise asprezze caratteriali di
Jean Alesi.
Nemmeno le prime vittorie “rosse” resero Schumacher il pilota più amato e quando avvenne il fattaccio di Jerez de la Frontera 1997 in cui prese a ruotate, rimettendoci un probabilissimo terzo titolo mondiale, il figlio di
Gilles “la leggenda”, apriti cielo: bordate di critiche che andavano oltre alla dimensione per la quale il tedesco voleva essere accettato, quella del pilota. C’è voluto del tempo, affi nché Michael da Kerpen diventasse parte integrante della mitologia collettiva, dei suoi riti. Perché Schumi ha inteso le corse come modo per esprimere il proprio talento. Il resto è stato un corollario, al quale si è sottoposto per il suo essere professionista ma al quale avrebbe volentieri rinunciato. Schumacher non è mai stato antipatico. Tutt’altro. Se gli psicologi avessero analizzato il suo carattere sarebbero arrivati a una conclusione ovvia: Schumacher era ed è un uomo che ha il pudore di se stesso, qualità spesso dimenticata nel mondo contemporaneo. In Ferrari lo hanno adorato i lavoratori nascosti, i meccanici, i tecnici, le maestranze.
Ha avuto l’umiltà di sentirsi parte di loro e di un progetto e allo stesso tempo farli sentire come parti integranti del campione. Non ha lesinato mai un grazie, un pensiero, un regalo, il rispetto. Tedesco nell’accezione migliore del termine: maniacale nel lavoro quanto disteso, compagnone, spensierato e curioso tra i suoi affetti e nel proprio intimo, che ha celato
COSÌ SCHUMI IN FERRARI
Un viaggio attraverso le curiosità, i segreti e i record del più grande pilota di F.1 di tutti i tempi e cela. L’esempio di chi sia stato e sia realmente giunge da un piccolo ricordo. Un giorno dei primi anni ferraristi venne pizzicato con Corinna da una troupe di Italia 1 a passeggio nel quadrilatero della moda a Milano. La settimana dopo a Magny- Cours convocò il giornalista che aveva fatto lo scoop e il succo del ragionamento fu: «
Finché siamo in pista puoi fare tutto ciò che vuoi. Intervistarmi quando ho tempo, informarti, fi lmarmi. Ma fuori dalle corse voglio essere come mille altri e ci tengo a tenere separate le due cose».
È anche su questa salda protezione degli affetti e della propria normalità che Schumi ha costruito la carriera più importante nella storia dell’automobilismo. La storia narra che Schumacher sia stato il pilota in assoluto più ciarliero dentro l’abitacolo. Uno che anche nei momenti di massimo sforzo agonistico non lesinava nell’offrire informazioni via radio ai tecnici, nel suggerire modifi che all’assetto per il pit stop successivo o il cambio d’incidenza dell’ala anteriore. Informazioni che poi si rivelavano esatte. Spesso veniva invitato a star zitto, sembra con scarsi risultati. Schumacher come un pc antropomorfo. Il computer umano in grado di sfruttare tutti i mezzi possibili e immaginabili che la tecnologia del suo tempo gli ha offerto. Per sensibilità sembrava una telemetria vivente. Istinto, certo, talento superiore anche.
Eppure la lezione che Schumacher ha offerto all’automobilismo contemporaneo va oltre. Alla base dei trionfi iridati c’è stato l’approccio metodologico di Schumacher ai problemi. Il merito di Todt e Montezemolo fu quello di ricreare attorno al tedesco la stessa struttura che lo aveva lanciato nel fi rmamento alla Benetton: da una parte la fantasia di Rory Byrne, dall’altra il geniale pragmatismo di Ross Brawn nel coordinare, strutturare l’armata rossa che fi no a qualche anno prima spesso era divisa da lotte intestine, confusione e voglia di protagonismi individuali. Schumacher come catalizzatore di attenzioni. Curioso di natura - “Schumi” uomo è uno che domanda spesso, s’interessa -, maniacale nella preparazione fi sica, pilota-atleta, lavoratore da fare un baffo all’icona Stakanov, attento al particolare più insignifi cante, in perfetta simbiosi con i meccanici, che seguiva nel lavoro e coccolava, Michael ha poggiato la base dei trionfi sulla consapevolezza delle proprie qualità e sull’umiltà di chi per ottenere il successo non deve lasciare nulla al caso. Un professionista tout court, al quale l’esperienza di gestione tattica delle corse nel mondiale Gruppo C 1990- 91 con la Mercedes servì tantissimo per comprendere che per vincere non bastano prestazione e cuore. Certo, in tutto ciò Schumacher ha avuto una “pecca” comune a tanti assi: possedendo uno stile di guida unico (fu uno dei primi a frenare per esempio con il piede sinistro come i kartisti), ha sempre “personalizzato” molto le monoposto con il risultato che soprattutto quelle nate peggio erano competitive soltanto con lui alla guida.