L’ultimo successo: l'azzeramento del debito di FCA. Arrivato proprio in questo 2018 che l’ha portato via, assai prima del previsto. Aveva 66 anni, l'età in cui ogni uomo dovrebbe cominciare a raccogliere i frutti della vita. Invece se n'è andato. Ben prima persino di lasciare ufficialmente l’azienda, dedicandosi interamente a Ferrari, la sua passione, che avrebbe frequentato ancora a lungo da proprietario e da manager come pianificato con John Elkann.

Sergio Marchionne avrebbe dovuto salutare nel 2019, appena un po’ più tardi del previsto. E comunque ancora troppo presto, per molti. La successione di un Gruppo così è roba complessa, la macchina Fiat (ora FCA) vale un intero Paese e lui è un gigante. Sostituirlo, una missione complicata. Il compito che ora spetta a Manley (FCA), Camilleri (Ferrari), Heywood (Cnh Industrial) non è semplice. 

Noi l’avevamo recentemente incrociato a Fiorano. Due parole a margine della prova della F488 Pista: "allora come va questa Ferrari?". Voleva sapere. Si era “intrufolato” in casa sua perché, come sempre, al fascino della Rossa proprio non voleva resistere.

Ma l'ultima volta con Sergio era stata appena un paio di giorni prima del ricovero. L'avevamo visto di persona il pomeriggio del 26 giugno a Roma, quando consegnò una speciale Wrangler con la divisa dell'Arma ai Carabinieri. Lui, figlio proprio di un maresciallo, ci teneva particolarmente. Fu un momento molto importante. Personalissimo, nel suo ruolo di personaggio pubblico. Era emozionato e, per noi che c'eravamo, fu toccante intuirne l'ulteriore difficoltà.

Il condottiero del Lingotto era molto affaticato. Ce lo dicevamo fra di noi a bassa voce che qualcosa non andava. Senza sapere che solo un paio di giorni più tardi sarebbe arrivato il ricovero. Quindi la clinica ini Svizzera e, oggi, la triste notizia. Ironia della sorte, la consegna di quella Jeep speciale coincisa propria con la sua ultima uscita pubblica resterà una sorta di passaggio di testimone a Mike Manley. Il suo successore alla guida di FCA che, quel 26 giugno, era ancora "solo" il capo di Jeep.

Sergio Marchionne se ne va dopo 14 anni alla guida di Fiat, trasformata in FCA dopo la fusione con Chrysler, e di Ferrari. Lascia in eredità conti in ordine, una posizione di mercato che vedrà nel prossimo quinquennio il marchio Fiat concentrarsi sempre di più sulle questioni nazionali lasciando alla bestseller Jeep compito (e volumi) per la scena internazionale. Insomma buoni affari, belle macchine. Cioè esattamente ciò che il suo ruolo impone. Ciò che voleva.

Lascia anche un piano industriale 2018-2022 con la potenzialità di rappresentare una ulteriore svolta epocale per il Gruppo. L’elettrificazione al centro della scena progettuale  (e di 9 miliardi di investimenti) perché “l’impone il mercato”, aveva detto il primo giugno agli azionisti e alla stampa a Balocco, presentando il piano. Di fatto, completando l’opera di trasformazione di FCA da player in un mercato analogico al nuovo mercato digitale.

Marchionne avrebbe dovuto rimanere in FCA fino a metà anno venturo, nel 2019 è prevista infatti la ratifica del bilancio 2018, ma al volante di Ferrari almeno fino al 2021. Ceo della Fiat dal 2004, entrato in azienda pochi giorni dopo la morte di Umberto Agnelli e a poco più di un anno da quella dell’Avvocato Gianni Agnelli, acquisisce nel 2008 la fallita Chrysler. Là in America le cose vanno male, l’era della presidenza Obama si apre con una crisi senza precedenti e le Big Three dell’auto sono al collasso. Con loro, l’intero comparto automotive e l’economia nazionale. Ma quando il 20 gennaio 2009 Fiat annuncia l’ingresso nel capitale Crhysler, nasce il sesto gruppo automobilistico al mondo: Fiat Chrysler Automobiles. Allora il manager abruzzese cambia le regole del gioco: nel 2010 disdice il contratto nazionale e successivamente Fiat esce da Confindustria, non era mai successo in Italia. Le idee diventano fatti, Chrysler torna all’utile già nel primo trimestre 2011, nel 2014 sale anche in Ferrari e la porta in Borsa. Rilancia Alfa Romeo e Maserati, prepara un piano di rilancio dei marchi ben articolato, pareggia il bilancio nel 2018 e rilancia cavalcando i temi "imposti dal mercato". Il Diesel da accantonare, l'elettrificazione da inseguire.

Insomma, l'era Marchionne corrisponde a tre lustri spesi infaticabilmente nel rimettere in ordine un orgoglio nazionale: la Fiat, con la sua galassia di marchi. Poi la Ferrari, di cui era particolarmente fiero e l'Alfa Romeo, "restituita al suo Dna", come amava ripetere.

La sua è stata una bella storia italiana e di certo lui un italiano maiuscolo. E noi, gente di motori e di Auto, non possiamo che augurarti buon viaggio. Ciao Sergio.