Le sue gioie terribili venivano dal lavoro, dal Gruppo FCA, dall’amatissima Ferrari, dalle azioni, da Wall Street oltre che da altre passioni private che riempivano i (pochi) spazi lasciati liberi da una giornata lavorativa intensa. Che lo teneva occupato per venti ore al giorno. Lavoro e poco altro, la sua esistenza: quello era il grande cruccio degli ultimi mesi. “Ho vissuto più in aereo che nel mio letto…” raccontò una volta al termine di una delle conferenze stampa a Detroit, il salone automobilistico che sentiva più suo.
Fu al termine di uno di questi incontri con l’affamata (di notizie) stampa italiana che Sergio Marchionne si lasciò sfuggire un’ammissione, un’apertura se vogliamo tenera nei confronti di una categoria, la nostra, che lo infastidiva magari con domande pungenti ma che, in fondo, lo intrigava parecchio. 
Gli fu chiesto a fine conferenza, come classica ultima domanda: “Dottore, cosa sogna di fare quando abbandonarà la guida del Gruppo FCA?”.
In una frazione di secondo — il suo cervello galoppava a tal punto veloce da anticipare persino le parole! — ammise, scherzando ma non troppo: “Mi piacerebbe dirigere un giornale. Oppure fare l’inviato. Così inizierei io a rompere le scatole, durante le conferenze stampa, al Ceo di Fca...”.
In quel momento l’impressione dei presenti fu che non scherzasse affatto. E tutti noi pensammo la stessa cosa: al Dottor Sergio Marchionne, i cui incontri stampa ci mancheranno molto, sarebbe riuscita bene, anzi benissimo, persino la scrittura di un articolo.