Nella storia dell’automobile ci sono capitoli che non sempre trovano spazio nelle biografie ufficiali delle aziende costruttrici, pagine magari non gradite, che narrano di eventi considerati secondari al centro dei quali, però, ci sono episodi a volte poco chiari, che arrivano a tingersi di giallo. Fatti che salgono agli onori della cronaca sui media quando accadono ma che vengono dimenticati non appena perdono di attualità. Emblematico è il caso dei suicidi di tre dipendenti del Technocentre di Renault che si verificarono fra ottobre 2006 e febbraio 2007.

A colpire l’opinione pubblica fu il breve periodo durante il quale avvennero, al punto che si pensò all’inizio di una lunga serie che, per fortuna, non ci fu. Di misterioso o di criminale nelle tre morti non c’è nulla, non siamo in una puntata di CSI dove i suicidi sono sempre omicidi, ma ciò che si cercò allora di capire fu il motivo che spinse i tre impiegati di Renault a togliersi la vita, un gesto che ci appare estremo parlando del mondo dell’automobile. In Francia si suicida un agricoltore al giorno, ci dicono le statistiche, e questo non fa quasi più notizia, ma toccate ai francesi la Renault, della quale lo stato possiede ancora il 15% delle azioni di controllo (ogni francese si sente padrone di un pezzetto dell’antica “Régie”), e la sensibilità cambia immediatamente.

La difficoltà di spiegare i suicidi nacque dal fatto che questi riguardarono quella che è tuttora la più avanzata struttura della Renault, il Technocentre di Guyancourt aperto nel 1998 in occasione del centesimo anniversario della Casa fondata dai fratelli Renault, ritenuta collaborazionista con i tedeschi durante la seconda Guerra Mondiale e quindi nazionalizzata (anche questo un giallo che riguarda l’automobile). Per raggiungere da Parigi il più grande centro di Ricerca&Sviluppo europeo nel settore delle quattro ruote si entra nel dipartimento di Yvelines e si percorrono strade immerse in un verde brillante e rigoglioso, uno scenario che non invita certo a togliersi la vita, invidiabile per le decine di migliaia di parigini che per andare al lavoro devono stringersi nei vagoni del Metro due volte al giorno o per quelli che trascorrono ore in auto sui Boulevard Périphérique.

E il verde è protagonista anche del Technocentre che sorge su un terreno di 150 ettari dei quali gli edifici occupano soltanto 425mila metri quadrati. Il verde continua all’interno in ambienti luminosissimi, dominati dal colore bianco e dai cristalli, con open space vivibilissimi: un insieme che a molti ricorda i più moderni centri commerciali. Non può essere dunque stato l’ambiente di lavoro, inteso come luogo, ad aver spinto i tre collaboratori a suicidarsi. A Guyancourt lavorano circa 10mila persone che si occupano non soltanto di tutte le fasi di sviluppo di un nuovo modello con la losanga (dall’idea fino alla sua industrializzazione) ma anche della commercializzazione e del marketing.

Qui il design, insieme alla mobilità sostenibile che ha portato alla scelta “elettrica”, è sempre stato centrale. Vero “dominus” (fino al 2009) del Technocentre è stato, per più di dieci anni, il capo del design industriale di Renault Patrick le Quément, matita assai discussa per aver creato Vel Satis e Avantime, e boss con il quale si dice non fosse facile lavorare. Comincia allora a farsi strada, nella ricerca dei motivi dei tre suicidi, la qualità del lavoro, espressamente indicata in una lettera di addio di uno di essi. Ritmi, produttività, competitività erano all’ordine del giorno in quegli anni: regnava da qualche tempo Carlos Ghosn che nel 2005 aveva ereditato il timone di Renault da Louis Schweitzer. Il piccolo zar, classe 1954, nato in Brasile ma di nazionalità francese grazie alla madre, aveva impiegato meno di sei anni per far risorgere l’alleata Nissan con un’efficienza che aveva impressionato anche i giapponesi che usavano per lui il soprannome “seven eleven”, top manager in servizio attivo dalle sette del mattino alle undici di sera.

Con il suo arrivo al comando di Renault, che, a quel tempo, rischiava di fare brutta figura di fronte alle eccellenti performance economiche dell’alleata Nissan, molto, certamente, cambiò nelle “practice” interne all’azienda. Ghosn ha sempre avuto fama di essere un top manager presente, pronto ad ascoltare tutti i collaboratori, ma questo fatto non gli ha mai impedito di fissare obiettivi duri da raggiungere. Messa sotto accusa dai sindacati e criticata da gran parte dell’opinione pubblica Renault si difese sostenendo che era un errore aggregare i tre suicidi per ricondurli ad una motivazione comune e che il suicidio è sempre un fatto legato alla singola persona.

Per capirci di più la società Technologia, accreditata presso il Ministero del Lavoro, e quindi indipendente, venne incaricata di valutare attraverso un questionario (risposero in oltre seimila) il carico psicologico del lavoro nel Technocentre. Il sondaggio rivelò che il 30% dei soggetti soffriva di “job strain”, un disturbo psicofisico, uno stress che deriva dall’assegnazione di obiettivi impegnativi ai quali non corrisponde un’adeguata libertà decisionale. Renault allora si mosse riducendo l’orario di lavoro, raccomandando ai manager di prestare grande attenzione allo stato psicologico dei propri collaboratori e offrendo un’assistenza psicoterapeutica esterna. Un anno dopo, sempre secondo Technologia, la situazione era molto migliorata.

I tre suicidi sono tornati di attualità lo scorso anno quando il quotidiano Le Parisien ha reso noto che tra il 2013 (l’anno in cui è stato siglato in Renault il Contratto di Competitività) e il 2017 sono stati registrati dieci suicidi di dipendenti di diversi siti della Casa in Francia: in prima fila la fabbrica di Clèon dove si producono i motori mentre questa volta il Technocentre non è coinvolto.

La Casa ha nuovamente sottolineato l’impossibilità di ricondurre al lavoro la causa diretta dei suicidi ma ha contemporaneamente alzato il livello di attenzione sulle condizioni psicofisiche dei suoi collaboratori, 120mila in totale, 46mila dei quali sono impiegati in Francia. Al Technocentre, comunque, il clima, dopo i tre suicidi, è mutato e ha visto crescere una forma di sospetto alimentata dai servizi di sicurezza che ha causato il clamoroso falso caso di spionaggio che portò inizialmente, in gennaio del 2011, al licenziamento e alla denuncia di tre quadri del centro di Guyancourt accusati di aver sottratto e venduto ai cinesi i programmi di Renault per i veicoli elettrici, manager riabilitati dopo pochi mesi e con mille scuse. Ma questo è un altro giallo della storia dell’automobile che vi racconteremo un’altra volta....