Oggi Elvis Presley avrebbe 83 anni, ma per migliaia di fan, singoli o riuniti in club, il condizionale non è corretto perché il mito, in carne e ossa, è ancora vivo, una certezza che sarebbe (noi ci permettiamo di insistere con il condizionale) avvalorata dalle tante circostanze misteriose che hanno circondato la sua morte, avvenuta a Memphis nel 1977, e dagli innumerevoli avvistamenti segnalati da allora. Ma non è di Elvis che vogliamo parlarvi oggi, bensì di un’altra ipotetica, o molto probabile, secondo alcuni, sparizione di un grande personaggio dell’automobilismo sportivo che, secondo l’anagrafe inglese, è invece morto a causa di un infarto il 16 dicembre del 1982 nella mansion del team Lotus nel Norfolk, East Anglia.

Stiamo parlando di Anthony Colin Bruce Chapman, classe 1928, l’uomo acclamato, prima della morte, come l’artefice della resurrezione del motorsport britannico e quindi dei suoi trionfi succedutisi dal 1963 al 1978, un periodo durante il quale Chapman collezionò vittorie seriali in F.1: 72 Gran premi, 7 campionati del mondo costruttori e 6 mondiali piloti, due con Jim Clark e uno ciascuno con Graham Hill, Jochen Rindt, Emerson Fittipaldi e Mario Andretti.

Venne, a quell’epoca, paragonato, per il suo carisma, ad Enzo Ferrari con qualcosa in più, se ci è permesso, rispetto al Grande Vecchio di Maranello, perché Chapman le sue auto vincenti le progettava in prima persona. Si può dimenticare in fretta e furia un personaggio di questo calibro e rimuoverlo dall’orgoglio di una nazione, come la Gran Bretagna, sempre pronta a celebrare i fasti del passato? I britannici hanno dimostrato che si può e lo sottolineò il Daily Telegraph in un articolo pubblicato in occasione del ventesimo anniversario della morte di Chapman avvenuta in un momento molto critico per il patron della Lotus, pieno di debiti e coinvolto in una spericolata avventura con John DeLorean. Per tutti coloro che sono convinti della morte per cause naturali di Chapman, all’origine dell’attacco cardiaco ci sarebbero semplicemente le vicende finanziarie che, per alcuni (a dire il vero pochi), potrebbero invece aver portato al suicidio (con i barbiturici dei quali avrebbe fatto un uso regolare!) tenuto segreto per salvaguardare l’immagine del piccolo grande uomo. Ma a tenere banco è ancora oggi, anche se con un seguito sempre più esiguo formato da “quelli che sanno vedere oltre le apparenze”, portati per natura a immaginare complotti e trame occulte, l’ipotesi che Colin Chapman abbia organizzato una fuga in grande stile da una giustizia che lo attendeva al varco, cancellando ogni traccia della sua esistenza e migrando in Brasile, terra di chirurghi estetici dove si sarebbe sottoposto a una plastica facciale e Paese molto ospitale con personaggi inseguiti da mandati di cattura, da Josef Mengele e compagni in poi.

Difficile immaginare Chapman senza gli iconici baffetti e con lenti a contatto a nascondere i profondi occhi azzurri, gli elementi che ne sottolineavano il fascino britannico, e allo stesso tempo mescolato alla moltitudine di fuggitivi autori di reati ben più gravi del suo. Ma su cosa si basano i teorici della fuga per avvalorare la loro tesi?

Il primo appiglio è costituito dalla visita specialistica alla quale Chapman si era sottoposto, pochi giorni prima della scomparsa, su richiesta dei Lloyds’ per il rinnovo della polizza sulla vita. Non venne riscontrato nessun problema cardiaco, ma questo non esclude l’infarto che raramente è possibile prevedere con degli esami. Viene poi la riservatezza che la famiglia (nessuno era presente alla morte) impose intorno al funerale avvenuto in gran fretta: Fittipaldi e Andretti, molto legati a Chapman, chiamarono dagli Stati Uniti per conoscere la data delle esequie e quindi parteciparvi ma fu loro risposto che era già stato fatto tutto. Non mancano anche i “sentito dire”, come la voce riportata dalla moglie del custode del cimitero di East Carleton, dove dovrebbe riposare la salma, che aveva saputo da Hazel, vedova di Chapman e sua finanziatrice, con 15 sterline faticosamente risparmiate, nella fondazione della Lotus Engineering nel 1952, che il medico che aveva stilato il referto dell’infarto era scomparso pochi giorni dopo.

Nella patria di Agatha Christie non potevano mancare le deduzioni. Sono sospette le presenze della vedova – che negli ultimi dieci anni non era intervenuta a gare che prevedessero l’uso dell’aereo - al Gran Premio del Brasile del 1983 e la successiva permanenza di un mese nel Paese sudamericano, per cui per i fautori dell’affascinante tesi era andata a trovare il marito. Peccato che non siano state registrate altre visite nel Paese negli anni successivi: forse ad Hazel non era piaciuto il lavoro fatto dai chirurghi carioca sul volto di Colin.

Come in tutti i gialli che si rispettano siamo arrivati al movente, al perché Chapman avrebbe deciso di scomparire: un gruzzolo di 10 milioni di sterline (26 milioni al valore attuale) e la paura di finire nelle galere di Sua Maestà, sono motivi che potrebbero spingere chiunque alla fuga, anche un eroe nazionale come Chapman. I dieci milioni facevano parte di un cospicuo stanziamento (oltre 50 milioni) erogato dal governo britannico, a partire dal 1974, per la costruzione a Dunmurry, area degradata di Belfast, di una fabbrica che avrebbe sfornato una supercar disegnata da Giugiaro con portiere ad ala di gabbiano e realizzata in acciaio inossidabile. Destinatario dei fondi e ideatore del progetto era John DeLorean, manager americano divenuto famoso per aver risanato la General Motors e fatto rinascere la Pontiac, passato al ruolo di imprenditore con un suo brand.

La dream car, battezzata DMC-12 ed equipaggiata del modesto V6 di origine Peugeot Renault Volvo (gli svedesi lo montavano sulla tranquilla 760) faticava a vedere la luce per una serie infinita di problemi ed ecco allora l’entrata in scena del salvatore della patria, Colin Chapman, nel 1978, l’anno in cui grazie ad Andretti la Lotus portò a sei i mondiali piloti e a sette i campionati costruttori vinti, a quell’epoca uno in più della Ferrari. Proprio quell’anno 10 milioni di sterline uscirono dalle casse sempre più vuote della DeLorean e presero la strada di Panama da dove vennero poi reindirizzati alla Lotus, cioè a Chapman, e mai più ritrovati dai giudici britannici.

Gli esemplari prodotti della DMC-12 (divenuta poi famosa e simpatica come protagonista a quattro ruote della trilogia cinematografica di “Ritorno al Futuro”) erano veramente pochi e a Londra qualcuno cominciò a chiedersi come fossero stati investiti i fondi governativi. Cominciò a disegnarsi il critico stato patrimoniale dell’azienda che nel 1982, dopo un periodo di amministrazione controllata, venne posta in liquidazione, mentre DeLorean venne arrestato in Usa per un gigantesco traffico di stupefacenti subendo un processo dal quale uscì assolto grazie al suo avvocato che riuscì a dimostrare l’illegalità della trappola tesa al tycoon da agenti della Fbi fintisi venditori di droga. Ma per la frode ai danni del governo i giudici erano già pronti ad agire anche contro Chapman. Non arrivarono in tempo perché, pochi mesi dopo aver visto trionfare una Lotus guidata da Elio de Angelis al Gran Premio d’Austria a Zeltweg, nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 1982 fu stroncato da un attacco cardiaco, oppure svanì nel nulla.

Ai giudici non rimase che puntare su Fred Bushell, braccio destro di Chapman, che preferì quattro anni di carcere piuttosto che rivelare (sempre che lo sapesse) dove era nascosto il tesoro sottratto ai contribuenti britannici. Al momento della sentenza la Corte non mancò di sottolineare che, di fronte ai fatti emersi, Chapman sarebbe stato condannato a una pena non inferiore ai 10 anni. Comunque sia andata, per Colin Chapman si è trattato di un gran brutto finale di partita che ha portato al fiorire non soltanto di leggende metropolitane (mai confermate dalla BBC che realizzò una lunga inchiesta e nemmeno dall’FBI che indagò anche in Brasile), ma anche, cosa molto più triste, di pesantissime critiche sul suo operato come ingegnere e team manager.

Molto sensibile al business (fu, per esempio, il primo, quando fu liberalizzata la pubblicità sulle monoposto, a trovare uno sponsor nella ricca Imperial Tobacco con i marchi Gold Leaf e John Player’s Special) Chapman avrebbe rischiato troppo (leggi: la vita dei suoi piloti) progettando vetture sempre più leggere, più veloci e poco protettive. Jim Clark e Jochen Rindt persero la vita al volante di una Lotus, e proprio il campione austriaco, vincitore, postumo, del Mondiale 1970, non mancò di manifestare, in interviste rilasciate quell’anno, la sensazione di guidare un’auto supercompetitiva ma poco sicura. E’ la spietata figura dell’orco che divora i suoi figli alla quale venne accostato anche Enzo Ferrari, un giudizio che forse sarebbe stato giusto indirizzare più che altro alla Formula 1 in generale, perché allora, il bilancio dei driver morti in gara o in prova era ogni anno molto pesante. Il giallo di Chapman è destinato a rimanere insoluto anche se i  soliti “bene informati” sono certi che il grande capo della Lotus sia morto in Brasile nei primi anni del secolo.