Lo strano raid del Gasoline Express è una meravigliosa avventura di amicizia, sorprese, difficoltà e fratellanza umana. Protagonisti, Federico Fiorini e Mario Junio Tilgher, partiti per promuovere un marchio di abbigliamento. E l'auto: quel vecchio Maggiolone Volkswagen con il suo stile inconfondibile, il mezzo ideale per un raid che si rispetti.

Per cominciare, per lo strano raid del Gasoline Express, il maggiolone del '71 è stato – letteralmente – il motore di tutto: del raid Roma-Mongolia-Roma, nato per promuovere il nuovo brand Gasoline Man, quindi della nostra avventura. Organizzata in meno di due mesi, con un budget ridottissimo, ci ha portati comunque, contro ogni aspettativa, a percorrere quasi 20.000 km dei 25.000 previsti. Pur vecchia di quasi cinquant'anni, ha confermato la sua fama di indistruttibile compagna di viaggio, avendoci ricondotti a casa, sani, salvi, felici e... decisamente Maggiolino-dipendenti. 

Ecco com'è andata.

Il 16 di giugno partenza dalla Casa del Cremolato, nel quartiere Trieste a Roma, a bordo di un Maggiolone 1300 del 1971. Equipaggio: Federico Fiorini e Mario Junio Tilgher.

Il primo intoppo tecnico arriva in Campania, a Caianello lo spinterogeno è (già) guasto. Si riparte grazie all'intervento del locale club Volkswagen (Volks Drugen Club).

Il secondo intoppo tecnico sopraggiunge a Salonicco: problema con la frizione. Lì un abilissimo meccanico greco, Manolis, risolve il problema. Anzi, revisiona tutto il maggiolone. Attraversiamo quindi senza problemi di sorta Turchia, Georgia ed Azerbaijan. L'intoppo, il terzo, è finanziario: uno sponsor che ci aveva assicurato 3.000 euro fa improvvisamente marcia indietro. Il raid è a rischio, ma siamo ormai lontani da casa e, costretti a reperire nuovi fondi, ci imbarchiamo su un cargo per il Kazakistan. Il passaggio in Uzbekistan è immediato.

Il mitico maggiolone macina chilometri affrontando, deserti, sabbia, montagne, steppe, strade devastate e piste impercorribili. Attraversiamo la Via della Seta, tra cammelli e serpenti, passando sotto le cupole del colore del cielo di Kiva, Bukhara sino a Samarcanda: il cuore dell'Oriente.

Siamo di ritorno in Kazakistan. A circa 100 km da Almaty, ex capitale Kazaka, complice la notte e i fari a mo' di lumino cimiteriale, centriamo una voragine terrificante: due gomme spaccate, cerchioni ammaccati, le già mal ridotte sospensioni sono ormai distrutte. Intervento del carroattrezzi. Solo all'alba raggiungiamo Almaty. A riparazioni effettuate, la frizione è un po' dura. Ma si riparte alla volta del confine russo. Nei pressi del villaggio di Kokshetau la frizione cede definitivamente. Ostaggi per alcuni giorni nelle mani di un meccanico incapace, siamo costretti a fuggire fortunosamente alla volta della capitale Astana.

Qui ordiniamo una nuova frizione dall'Italia che rimane incagliata alla dogana kazaka per più di 20 giorni. Scade il visto kazako ma non possiamo partire: per un giorno viviamo in clandestinità, siamo passibili di arresto. Solo con l'aiuto di amici locali e dell'ambasciata italiana risolviamo la spinosa questione.

Terribile notizia: ci rendiamo conto che a causa di tempo, problemi burocratici, soldi e incapacità dei meccanici locali, non possiamo più raggiungere la Mongolia. Scade il visto russo, lo rinnoviamo. Intanto Federico per impegni inderogabili torna a Roma in aereo; resta Mario con il compito di riportare a casa il maggiolone.

La partenza è rocambolesca. Con il visto di nuovo agli sgoccioli, per non incappare in altri guai meccanici, l'auto sale su un camion: non è sufficiente. Scaricata a 200 km dal confine, una nuova rottura dello spinterogeno costringe all'attraversamento del confine a spinta. Riparato ancora, il mitico maggiolone, benchè provato, attraversa in pochi giorni Lettonia, Lituania, Polonia, e Repubblica Ceca.

Sono le cinque del pomeriggio di un giorno di settembre quando l'equipaggio si ricongiunge a Roma, alla Casa del Cremolato dove tutto è cominciato, a missione (quasi) conclusa.