Continua la classifica di Autosprint dei piloti più forti degli ultimi 60 anni.
Dopo le posizioni dalla 100 alla 51, e quelle dalla 50 alla 40, si arriva fino al 30°. 

IL PRIMO CAMPIONE del mondo della storia, figlio e nipote dei fondatori della carrozzeria “Pinin” Farina, vincitore con l’Alfa Romeo della stagione 1950. In realtà Farina proveniva dal vecchio automobilismo anteguerra, tanto che Enzo Ferrari lo aveva inserito nel team uffi ciale della Casa del Biscione nel lontano 1937. La sua carriera è stata importante ma costellata da gravissimi incidenti. In Argentina nel 1953 provocò la morte di dieci persone per evitare un bimbo che stava attraversando il circuito. Nel 1955 rimase ustionato nelle prove del Gran Premio d’Italia. Pilota vero, autentico “cavaliere del rischio”, cercava sempre di andare oltre i propri limiti e per questo era uno dei campioni più amati e seguiti dell’epoca. Guidava con uno stile unico con le braccia distese e in questo è stato un precursore. È morto in un incidente stradale nel 1966 al volante di una Lotus Cortina.

IL CAMPIONE DEL MONDO del 1982 ha dovuto svolgere una lunga gavetta alla guida di vetture poco competitive prima di affacciarsi ad alti livelli. Il papà di Nico Rosberg è stato un pilota molto talentuoso nelle categorie propedeutiche. Specialista di Formula Vau, di Formula Atlantic e Formula 2, tra i piloti più veloci con i telai Chevron nel mondiale si è poi costruito una solida fama nel momento in cui ha iniziato a mettere a parte l’esuberanza giovanile. Molto veloce sul bagnato, ha espresso le proprie doti una volta giunto alla Williams. Nel 1982 approfi ttò dell’incredibile serie di circostanze che eliminarono Villeneuve e Pironi per portare nelle casseforti del team inglese un campionato del mondo, nel quale Rosberg si presentò con un motore aspirato e non con il turbo. Velocissimo ma incostante, ha interrotto la carriera alla conclusione del 1986, dopo una stagione trascorsa all’ombra di Prost in McLaren.

IL CAMPIONE DEL MONDO del 1996 ha sempre dimostrato una qualità: il suo stile era molto bello a vedersi, di estrema pulizia. Umile, gran lavoratore, si è formato come collaudatore alla Williams, sobbarcandosi buona parte del lavoro di evoluzione delle sospensioni attive. La sua profonda conoscenza degli aspetti tecnici, la buona armonia raggiunta con lo staff, sono state le chiavi che lo hanno portato a diventare spalla di Prost nel 1993 e di Senna nel 1994. Dopo la tragedia di Imola Hill è diventato la prima guida per meriti, battendo a più riprese i suoi compagni di squadra. Da quel momento ha disputato ottime stagioni sfi orando il titolo sia in quell’anno sia nel 1995 e coronando la carriera nel 1996. Ha poi vissuto dei bei momenti nel 1998 con la Jordan, dimostrando di essere molto migliore di quanto la critica riteneva. Ragazzo educatissimo, degno fi glio di papà Graham, non può essere considerato un fuoriclasse ma un solidissimo professionista sì.

VEDENDOLO ALL’OPERA agli esordi nessuno avrebbe scommesso un euro sulle sue potenzialità. Invece l’anticonformista Jacques ha messo ben presto in disparte i timori reverenziali, si è sbarazzato dell’ingombrante fi gura paterna che aleggiava sopra di lui, e ha iniziato a fare sul serio. Vincitore della 500 Miglia di Indianapolis, ha conquistato il titolo mondiale nel 1997, alla seconda stagione nella massima categoria, dopo essere sopravvissuto a Jerez de la Frontera a una macchinata infertagli da Michael Schumacher. Pilota molto intelligente, poco propenso all’errore, ha espresso le proprie potenzialità negli anni migliori della Williams, quando la monoposto appariva come lo stato dell’arte della categoria. Poi ha intrapreso una lenta discesa nell’anonimato dapprima con la Bar, squadra nella quale seguì il suo manager, poi con Renault e Bmw senza più dimostrare le doti che lo avevano imposto all’attenzione generale.

METEORA ALLO STATO PURO. Il pilota tedesco più forte della generazione che ha preceduto la covata di campioncini dai quali poi è emerso Michael Schumacher. L’avvento di Bellof nel professionismo fu uno di quelli da ricordare: portò all’affermazione in Formula 2 il telaio Maurer e in Formula 1 si distinse da subito al volante della Tyrrell. Ingaggiato dalla Porsche per disputare il mondiale Sport mise subito in riga i tanti compagni di team e non è un caso che la sua morte sia avvenuta dopo un assurdo tentativo di sorpasso all’Eau Rouge ai danni di Ickx nella 1000 Km di Spa del 1985. In quella stagione Bellof stava vivendo un anno travagliato in F.1 a causa della scarsa competitività della propria Tyrrell. L’anno precedente aveva conquistato il terzo posto a Monaco, poi annullato per irregolarità tecnica della vettura. La sua velocità e la sua grinta erano quelli del campione assoluto. Non è un caso che fosse considerato il pilota più promettente dell’epoca assieme a Senna.

UN ALTRO PILOTA che non ha mai vinto il campionato del mondo ma che è stato uno dei riferimenti storici della Formula 1 degli Anni ’50. Primo conduttore a portare alla vittoria una Ferrari, nel sempre ricordato Gran Premio di Gran Bretagna del 1951, soprannominato “El Cabezon”, ha avuto la sfortuna di essere messo in ombra dal connazionale Juan Manuel Fangio. Dotato di grande grinta, ha smesso molto presto di frequentare stabilmente i Gran Premi all’indomani della morte del connazionale Marimom al Gran Premio di Germania del 1954. Da allora la sua attività è stata sporadica ma detiene dei primati importanti nel rapporto tra gare disputate, podi ottenuti e prestazioni secche sul giro. Ha corso l’ultimo Gran Premio nel 1960 ed è un pilota che ha legato indissolubilmente il proprio nome al marchio di Maranello.

PIERINO LA PESTE è uno dei piloti più completi della storia: forse ha ottenuto meno in Formula 1 di quanto le sue qualità facessero presagire. Colpa di un carattere niente male che spesso lo ha portato a discutere con i titolari dei propri team, Enzo Ferrari in testa ma non solo. La sua pista preferita era il Nürburgring.Il suo terreno ideale dove battere gli avversari il bagnato. In F.1 ha conquistato il primo Gran Premio in Francia nel 1968 al volante della Ferrari, guarda caso sotto il diluvio in una corsa che verrà ricordata per il tragico incidente di Jo Schlesser. Sei volte vincitore della 24 Ore di Le Mans - compresa la leggendaria edizione del 1969 in cui battè in volata con la Ford GT40 la Porsche di Herrmann - primo anche alla Parigi-Dakar del 1983, Ickx è stato un fenomeno delle ruote coperte, forse il più eclettico di ogni tempo. A rivedere ora la sua carriera resta il rimpianto per le occasioni sprecate nel mondiale, dove avrebbe dovuto vincere almeno un titolo, vista la sua classe purissima.

SE FOSSE STATA per la classe naturale, il pilota argentino avrebbe dovuto vincere parecchi mondiali. In pochi hanno posseduto in Formula 1 uno stile così effi cace, una capacità di andare forte in ogni condizione, di adattarsi alla propria monoposto. Purtroppo il limite di “Lole” è stato quello, come abilmente sottolineato da Enzo Ferrari, di tormentare e tormentarsi. In sostanza di porsi troppe domande, di apparire a volte insicuro, quasi non fosse a conoscenza delle proprie qualità. Arrivato nel mondiale nel 1972 con la Brabham, ha iniziato a far risplendere la propria stella nel 1974, anno in cui si aggiudicò tre Gran Premi. Approdato in Ferrari nel 1977, preferito dal “Drake” allo stesso Lauda, perse il confronto con il compagno di team ma disputò un’ottima annata nel 1978, quando colse quattro affermazioni. Il suo anno poteva essere il 1981: ma i pessimi rapporti con Jones, il protetto di Williams, e la sua debolezza caratteriale gli fecero perdere il titolo all’ultima gara.

BASTANO QUATTRO GRAN PREMI vinti per entrare nella storia? Se si parla di Dan Gurney la risposta è affermativa. Questo signorile pilota statunitense ha fatto penare parecchi colleghi famosi, Clark in testa. Velocissimo e tecnico, sperimentatore - è stato il primo a indossare il casco integrale - ha avuto una carriera intensa che lo ha portato a vincere ovunque e a scrivere pagine importanti. L’unica affermazione della Porsche nel mondiale, per esempio, è siglata Gurney, nel 1962 al Gp Francia di Rouen, così come la prima vittoria della Brabham, sempre sullo stesso circuito nel 1964, o l’unica affermazione della “sua” Eagle-Weslake al Gran Premio del Belgio del 1967. Pilota a tutto tondo, fortissimo anche con le ruote coperte, ha gareggiato in Europa e negli Usa. Gli unici rimpianti sono venuti dall’assenza nel suo curriculum della 500 Miglia di Indy, vinta però come titolare del team Eagle in due edizioni.

FIGURA EMBLEMATICA di un’epoca, rappresentante di una dinastia legata indissolubilmente a un destino tragico. Hawthorn, campione del mondo del 1958, era uno dei componenti di quei giovani piloti Ferrari che dal 1956 al 1958 sarebbero tutti morti. Accadde anche a lui, pochi mesi dopo la conquista del titolo iridato, in un incidente stradale a Guildford mentre sfi dava un amico dopo una serata di festa. Pilota molto promettente, debutta con un quarto posto a Spa nel 1952 e l’anno dopo viene messo sotto contratto dalla Ferrari. Ha vinto solo tre Gran Premi ma aveva uno stile molto effi cace, che gli permetteva di andare forte con qualsiasi tipo di vettura. È stato il signore indiscusso della F.1: biondo, bello, elegante (guidava con il cravattino!), ricco, con la fama del playboy, aveva annunciato il proprio ritiro all’indomani della morte del suo più caro amico e compagno di squadra Peter Collins, perito in una stagione che si portò via anche Musso e Lewis-Evans.