Quarta tappa per la classifica di Autosprint dei piloti più forti degli ultimi 60 anni.
Dopo le posizioni dalla 100 alla 51, quelle dalla 50 alla 40, dalla 39 alla 30, si avanza ancora...

IL PIÙ GIOVANE VINCITORE di un Gran Premio iridato della storia, il più giovane ad aver conquistato una pole position e un podio. Con queste credenziali il tedeschino della Red Bull dovrebbe impiegare molto poco a scalare la classifi ca dei migliori di ogni tempo. Fino ad oggi le sue prestazioni sono state un crescendo inesorabile. Nel 2009 è stato il rivale più accreditato di Jenson Button. Ha uno stile che convince, un approccio molto tecnico nei confronti di ogni sfumatura della categoria, una forte umiltà che gli permette di convivere bene con le tensioni dell’ambiente. Tra i piloti della nuova generazione è quello con Hamilton dal maggior potenziale di crescita, destinato a lottare per il titolo stabilmente nelle prossime stagioni. A differenza dell’inglese non ha ancora lavorato per un top team “classico”, Ferrari o McLaren per intenderci, dove la vittoria è un obbligo e non una possibilità. È questa l’unica incognita che lo riguarda.

ALTRO AUSTRALIANO TOSTO e duro. Ha legato il proprio nome a quello di Frank Williams, al quale ha regalato nel 1980 il primo campionato del mondo. Figlio di uno dei migliori piloti della sua nazione, Stan Jones, si era messo in luce in F.3 inglese con la Grd. Il suo debutto, nel 1975, avviene al volante di una Hesketh privata ma dura poco per il fallimento della squadra. Ma nel giro si sapeva che questo ragazzo introverso, robusto e antipersonaggio per eccellenza, aveva talento. Dopo aver convinto al volante della Surtees, ha conquistato la prima vittoria a Zeltweg nel 1977 con la Shadow. Nel 1978 porta al debutto la prima vera Williams della storia ed esplode nella seconda parte del 1979, vincendo ben quattro Gp. L’anno dopo è campione del mondo. Molto bravo nella messa a punto ha perso le motivazioni dopo la sfortunata stagione 1981, quando la sua rivalità con il compagno Reutemann fece sì che entrambi perdessero il campionato.

COME SCHECKTER, è stato una meteora, nel senso che dopo il campionato del mondo vinto nel 1976 si è perso, lasciando il campo. Hunt è stato un pilota tutto genio e sregolatezza. In Formula 3 lo definivano “Hunt the shunt”, lo schianto, per i numerosi incidenti che lo vedevano protagonista. Velocissimo, talentuoso, sensibile, un campione però troppo scanzonato fuori dalle piste. In Formula 1 ha legato il suo nome alla breve avventura della Hesketh, la squadra di lord Alexander, gestita tecnicamente da Harvey Postlethwaite con la quale mosse i primi passi. Dapprima con una March modifi cata, poi con una Hesketh al cento per cento, Hunt si mise in luce nel 1973 e 1974, vincendo nel 1975 il primo Gran Premio della carriera in Olanda. Passato alla McLaren vince il titolo nel 1976, anche grazie al ritiro di Lauda nell’ultima corsa. La sua vita, troppo presto conclusa a 46 anni, è stata la fotografi a delle sue corse: vissuta sempre a mille e con mille contrattempi che avrebbe potuto evitare.

CAMPIONE DEL MONDO
del 1967 con due soli Gran Premi vinti ma uno dei piloti più longevi della storia, un professionista, un uomo che ha saputo restare ad alto livello senza perdere mai di vista la propria umiltà. Neozelandese: giunto in Europa nel 1960 a seguito del suo connazionale Greg Lawton, tornò in patria quando questi morì. Con pochi soldi riprese da zero la carriera fi nché Jack Brabham, nel cui team lavorava da meccanico, non lo prese sotto la sua ala protettrice. I rapporti tra i due si guastarono proprio nel 1967 quando il campione del mondo australiano si accorse che Hulme non voleva rispettare gli ordini di scuderia. Vinto il titolo, Denny è poi diventato uno dei piloti storici della McLaren, con la quale ha dimostrato di possedere oltre che un’indubbia capacità tattica anche un forte potenziale velocistico. È morto d’infarto nel 1992, a 56 anni, durante la 1000 km di Bathurst, gara del campionato turismo australiano.

TROPPO “BUSINESSMAN” per potere avere una carriera lunga. Eppure il campione del mondo del 1979, lo stesso che si ritirò mestamente l’anno successivo, è stato un talento incredibile, uno che ha bruciato le tappe e che nei suoi primi anni ha fatto arrabbiare parecchi colleghi. Lo stile del giovane Scheckter era tipico di chi si sentiva più che sicuro. Amava guidare sempre di traverso. È entrato in F.1 dalla porta principale, con la McLaren. Nel 1973, a causa di una azzardata manovra di sorpasso al secondo giro del Gp di Silverstone, creò una delle peggiori ammucchiate della storia. Poi, calmandosi, Scheckter è diventato un campione. Bravissimo con la Tyrrell, sorprendente con la Wolf, si è laureato campione con la Ferrari. A Maranello ha portato in dote raziocinio, talento, sensibilità ed ha formato con Villeneuve una delle coppie migliori del “Cavallino”, unita, amalgamata sia sul fronte tecnico sia in quello umano. Si è ritirato prestissimo per cambiare vita.

TRA I PRIMI 25 della storia delle corse non può mancare Sebastien Loeb. Perché lo Schumacher degli sterrati non è solo un rallista ma un pilota completo. Loeb ha ribaltato il ruolo del pilota iperspecializzato. Non si accontenta degli sterrati. Ama anche la velocità in ogni sua forma, non disdegna le uscite al volante delle Sport, ha già rischiato di vincere la 24 Ore di Le Mans, prima o poi si cimenterà anche in Formula 1, dove avrebbe potuto debuttare già nel 2009. Ma non si tratta, sia chiaro, di semplici assaggi. Loeb è professionista tout court. Lo stesso metodo che lo ha fatto diventare l’imbattile campionissimo dei rally è applicato anche quando calca gli autodromi. Impensabile non inserirlo tra i primi di questa graduatoria. Grazie a Loeb viene annullata defi nitivamente la barriera che separa due mondi all’opposto ma che in realtà riporta il fenomeno dell’automobilismo alle proprie origini, quando i grandi non avevano problemi a correre alla Mille Miglia e poi a un Gp.

COME TALENTO Raikkonen è uno dei migliori mai apparsi. Veloce, sensibile, tattico, simile a Schumacher per la capacità di adeguare il ritmo di gara alle circostanze, alzando quindi l’asticella nel momento più opportuno, ha avuto fi no ad oggi il limite caratteriale di non riuscire mai a diventare un uomo squadra a 360 gradi. Passato dalla Formula Renault alla Formula 1 in un sol colpo ha impiegato poco a vincere il primo Gran Premio e ha centrato il campionato del mondo nella stagione d’esordio con la Ferrari. Dopo di allora non ha più trovato la costanza nelle prestazioni, anche perché ha sofferto la riorganizzazione della squadra italiana e la relativa competitività della monoposto nel 2009. Imbattibile su alcuni tracciati, Spa-Francorchamps su tutti, bravissimo sul bagnato, ha deciso di prendersi un anno sabbatico, impegnandosi nel mondiale rally con la Citroën. Se riuscisse nell’impresa di far suo anche quel titolo entrerebbe ancora più nella storia.

UNO DEI PILOTI più tattici della storia. Più passista veloce che sprinter ma sempre pronto a sfruttare gli errori degli avversari. Ha un curriculum tra i più importanti, con tre campionati del mondo conquistati, due con la Brabham e uno con la Williams, 23 Gp vinti, 24 pole position e una carriera che lo ha portato a frequentare la fi ne degli Anni ’70, tutti gli Anni ’80 e i primi ’90. Quasi tre decadi nelle quali quando veniva dato per fi nito riusciva a tornare a splendere all’improvviso e le tre affermazioni con la Benetton tra il 1990 e il 1991 ne sono la dimostrazione. Bravo nel mettere a punto la monoposto, personaggio sempre al centro dei rifl ettori per la sua aria scanzonata e la fama di incallito play boy, cadde in crisi con l’avvento di Ayrton Senna nel mondiale. Divisi da profonda antipatia umana e sportiva i due non fi ngevano nemmeno di sopportarsi. La carriera di Piquet resta però una delle più importanti nella storia dell’automobilismo.

SETTE VOLTE campione del mondo di motociclismo con titoli sia in 350cc sia in 500cc, campione del mondo con la Ferrari nel 1964, vincitore di molte corse con vetture Sport. Un fenomeno che passava dalle due alla quattro ruote in un’epoca nella quale iniziava a contare la specializzazione. Poco ricordato dai più, Surtees è stato un grandissimo fin dalle prime corse. Nell’anno dell’esordio, 1960, ottenne il secondo posto a Silverstone con la Lotus. Nel 1963 entra in Ferrari e vince subito al Nürburgring, circuito dei quali è stato uno dei massimi interpreti. Conquista il mondiale l’anno successivo ma nel 1966, anche a causa dei pessimi rapporti con il collaudatore Mike Parkes, se ne va dalla Ferrari. Porta alla vittoria la Cooper-Maserati e regala, nel 1967, un incredibile primo posto a Monza alla Honda. Pilota fi nissimo e completo, con una sensibilità meccanica tra le più raffi nate, ha poi fondato la Surtees. Ancora oggi è l’unico che può fregiarsi del doppio titolo auto-moto.

L’UNICO CAMPIONE del mondo alla memoria, morto a Monza nel 1970, dopo un terribile incidente alla staccata della curva Parabolica. Rindt ha costruito la propria leggenda come campionissimo della Formula 2, categoria nella quale aveva conquistato 23 vittorie dal 1967 al 1970, senza ottenere il titolo europeo per la semplice ragione che faceva parte dei piloti classifi cati in Formula 1. Al successo nella massima categoria è arrivato relativamente tardi, perché dal 1964 al 1968, aveva guidato monoposto poco competitive o di squadre in grave crisi tecnica. Pilota geniale nel senso letterale del termine, molto apprezzato dai colleghi, talentuoso, ha fi rmato alcune imprese epiche: la sua vittoria al Gp di Monaco 1970, quando dopo una furiosa rimonta costrinse Jack Brabham all’errore, è una delle pagine più belle, da cartolina dell’epopea della Formula 1. Rindt era pilota completo: ha vinto anche l’ultima 24 Ore di Le Mans della storia Ferrari, nel 1965, in coppia con Gregory.