Chi è il miglior pilota di sempre?

Ecco la TOP 10 di Autosprint, i dieci piloti più bravi degli ultimi 60 anni di automobilismo.
Siamo arrivati alla resa dei conti
Dopo le posizioni dalla 100 alla 51, quelle dalla 50 alla 40, dalla 39 alla 30, dalla 29 alla 20, dalla 19 alla 11 siamo arrivati al dunque....

Scoprite chi è il Numero Uno!

GILLES È ENTRATO nella leggenda pur senza mai vincere un titolo mondiale e tutto sommato nemmeno raggiungendo uno score da storia dell’automobilismo. Eppure Gilles piombò nei Gp come un fulmine e gli bastò appena una corsa con la McLaren a Silverstone per convincere Enzo Ferrari ad assumerlo nel momento in cui Lauda decise di abbandonare il Cavallino. Non ci volle molto a Gilles per calamitare le attenzioni di tutti quanti: velocissimo, funambolico, sempre a sfi dare limiti che parevano irraggiungibili per chiunque. Portato istintivamente al rischio ha compiuto alcune imprese leggendarie, anche quando, come al Jarama nel 1981, la sua Ferrari non era all’altezza delle rivali. Spettacolare, irruente, velocissimo, aveva il potere di dividere l’interesse della gente: c’era la corsa degli altri e quella personale di Villeneuve che spesso coincideva con la lotta per il primo posto. L’incidente di Zolder l’ha probabilmente privato di un titolo che avrebbe strameritato.

IL MIGLIOR PILOTA ITALIANO della storia. Due campionati del mondo vinti con la Ferrari, un ancor oggi misterioso incidente mortale a Monza nel 1955 mentre collaudava la vettura sport di Castellotti per saggiare le sue condizioni fisiche dopo che era stato protagonista di un brutto incidente, finendo in acqua a Monaco. La carriera del pilota milanese avrebbe potuto durare molto di più. Per lui lo stesso Fangio nutriva profonda ammirazione e timore nel trovarselo afi anco. Perché Ascari è stato uno degli assi degli Anni 50 quando la Formula 1 iniziava a diventare cosa seria e non una competizione per pochi intimi. Primo pilota a regalare un podio mondiale a Ferrari con il secondo posto a Monaco nel 1950, ha inanellato una serie impressionante di affermazioni tra il 1952 e il 1953, ben undici vittorie, undici pole position e nove giri più veloci, con un primato di 7 affermazioni di seguito in Gran Premio che solo Michael Schumacher è riuscito a battere.

IL QI, ovvero il quoziente intellettuale, di Niki Lauda è tra i più elevati dell’automobilismo di ogni epoca. È anche per questo, per la intelligenza, per il suo fi uto di sapere il come, il dove e il quando che l’austriaco ha vissuto due carriere in F.1, entrambe gloriose. Il primo Lauda nacque “brutto anatroccolo”,anche perché guidare nel 1972 la March non era il massimo, e divenne “principe” con la Ferrari vincendo due titoli. Il secondo, quello che dopo un ritiro lungo due anni si presentò al via del Gp Brasile del 1982 con la McLaren, seppe trasformarsi in “re”, vincendo il titolo 1984. Tecnico e tattico, splendido nella guida, sensibile ad ogni trasformazione della vettura, Lauda è anche passato alla storia per l’incredibile recupero fisico e psicologico dopo il drammatico incidente al Ring 1976. È stato il punto di riferimento della sua generazione. Perché insegnava agli altri che ad andare forte in molti sono capaci, ma vincere è di gran lunga più diffi cile. E lui vinceva.

UN ASSO che non ha mai vinto il titolo mondiale: per quattro anni di seguito (dal ‘55 al ‘58) l’eterno secondo nel mondiale. Ma resta un vero numero uno per la sua velocità impressionante. La maledizione della sua carriera è stata quella di imbattersi quasi sempre nelle monoposto sbagliate nell’anno peggiore con l’eccezione della Mercedes, dove però trovò al proprio fi anco Fangio dal quale venne battuto soprattutto ai box, per la maggiore capacità dell’argentino di relazionarsi con tecnici, meccanici e direzione sportiva. Moss ha scritto pagine fondamentali nella storia: ha portato alla vittoria la Vanwall, veloce ma fragile e questo gli costò il titolo del 1958, ha vinto il primo Gran Premio della Lotus, ha trionfato nella Mille Miglia e alla Targa Florio. È stato vittima anche di paurosi incidenti, dai quali è sempre sopravvissuto. Uno di questi, a Goodwood 1962, ha posto fi ne alla sua straordinaria carriera. Con Moss si ritirava uno dei campioni più completi della storia.

L’ALTRO GRANDE SCOZZESE della storia, coevo di Jim Clark e per certi versi persino più moderno nell’intendere la professione. È arrivato al primo titolo mondiale, nel 1969, con maggior ritardo rispetto ad altri per la semplice ragione che per anni la Brm non era stata la vettura più competitiva, così come la prima Matra. Ma già dai suoi esordi aveva dimostrato di essere incredibilmente veloce e capace di gestire con grande acume la corsa. Estroverso, affabile, è stato anche un grande politico delle corse, capendo prima di tutti gli altri quanto fosse importante la campagna per la sicurezza dei circuiti e delle monoposto. L’associazione dei piloti da Gran Premio, la Gpda, nacque sotto la sua spinta. Queste doti non devono però mettere in secondo piano le capacità dell’asso. Ha vinto la prima corsa a Monza nel 1965 e l’ultima al Nurburgring nel 1973. Poi, a seguito della morte del suo compagno di squadra Cevert al GP Usa, decise di ritirarsi da Re imbattuto. Ma non era al tramonto. Tutt’altro.

SENZA SE E SENZA MA: la sfortuna di Alain Prost è l’aver incontrato sulla propria strada Ayrton Senna. Ma, allo stesso tempo, il confronto tra i due ha dimostrato l’immensità del pilota francese che è stato l’unico compagno di squadra del brasiliano a essere riuscito nell’impresa di metterlo in crisi oltre che di batterlo. Velocissimo, dotato di grande sensibilità meccanica, tattico e intelligente nel prevenire le mosse dei colleghi. Non per niente lo hanno soprannominato “Il Professore”. Se si eccettua un brutto incidente nell’anno dell’esordio con la McLaren nel 1980 in Sudafrica, Prost si è sempre tenuto alla larga dai guai. Catalizzatore all’interno del team, aveva fatto propria la metodologia relazionale e di lavoro di Niki Lauda, del quale rappresenta una logica evoluzione e un miglioramento ulteriore. Il suo stile è stato uno dei più belli in assoluto della storia: un pittore diffi cilmente avrebbe potuto essere più preciso nel tratto di Alain Prost.

MIGLIOR PILOTA degli Anni’60, è stato il primo esempio di campione moderno a 360°. Colin Chapman gli costruì addosso le monoposto, lui le portò all’affermazione con uno stile ineguagliabile. Amava scattare al comando e da quel momento nessuno era in grado di batterlo. Con Clark nasce la fi gura del pilota “terminale” della macchina. Non più corpi separati ma un tutt’uno capace di qualsiasi impresa, quasi una visione “ballardiana”, precognizione dei tempi attuali. Ancora oggi la sua prestazione al Gran Premio d’Italia 1967 con la Lotus 49-Cosworth, quando rischiò di vincere prima di restare senza benzina a meno di un chilometro dal traguardo e dopo una rimonta incredibile, fa parte delle corse migliori della storia. Non per niente Senna è stato il suo degno erede. Probabilmente il 1968, anno del tragico incidente di Hockenheim in F.2, gli avrebbe donato un altro titolo mondiale, il terzo. Personaggio dotato di grande classe e carisma, era un vero signore.

IL CAMPIONISSIMO degli Anni ’50, il recordman di vittorie nei campionati prima che Schumacher arrivasse per detronizzarne il primato. Per lui Senna aveva una sorta di venerazione e quando i due si incontrarono ci fu profonda commozione reciproca. Argentino di classe inarrivabile, capace di alzare l’asticella dei propri limiti a seconda delle circostanze, è stato il compagno di squadra peggiore che i suoi rivali potessero avere. Prima guida in pista e fuori, pignolo sugli ingaggi, primo esempio di professionista, ha vinto con Alfa Romeo, Mercedes, Maserati e Ferrari. Tra i piloti della sua epoca è l’unico che entra nelle classifi che assolute per numero di affermazioni. Completo come nessuno del decennio di appartenenza, popolare a tal punto da restare vittima di un sequestro a Cuba nel 1958, era rispettato: Hawthorn al Gran Premio dell’AC Francia 1958 si rifi utò di doppiarlo per non umiliare il “vecchio” campione sulla via del declino.

I NUMERI possono anche mentire, ma Michael Schumacher merita il secondo gradino del podio. E se davvero dovesse tornare a vincere rientrando in F. 1 potrebbe persino scalzare qualcuno che lo precede. Lavoratore instancabile, perfetto tattico, velocissimo in ogni condizione, umile nel proprio lavoro, cattivo al punto giusto per circondarsi di un’aurea di assoluto rispetto da parte dei colleghi, è secondo dietro a Senna soprattutto per via della qualità degli avversari che ha incontrato durante la carriera, non all’altezza di quelli del brasiliano, ma questa non può essere considerata una sua colpa. A Schumacher va dato atto di essere stato l’unico a mettere in crisi Ayrton Senna nelle prime corse della drammatica stagione 1994, che lui aveva iniziato con una magnifi ca doppietta. Con Michael il pilota si trasforma in atleta allo stato puro. La sua caratteristica principale: tenere un ritmo di gara al limite dal primo giro fino alla linea del traguardo. E in questo nessuno è stato meglio di lui.

IL PRIMO TRA I PRIMI, come avrebbe voluto lui. Il campione dei campioni indiscusso, al di là delle percentuali. Ogni sua affermazione è stata un’impresa, ogni suo giro in pista un capolavoro, ogni sua frenata un’emozione. Il brasiliano ha saputo battere rivali fortissimi in un’epoca nella quale l’equilibrio tecnico era molto alto. In pochi sono riusciti a metterlo in crisi. Prost e Mansell soprattutto. Il primo con la furbizia, il secondo con il rischio nel piede. È morto nel modo più assurdo, dopo avere conquistato nel 1994 tre pole position al volante di una vettura che aveva numerosi problemi, confermandosi come il più veloce anche al cospetto del giovane Schumacher. Personalità fortissima, intelligente, ambizioso, meticoloso, grande comunicatore, idolatrato dai tifosi e rispettato anche da quelli di parte avversa, è stato l’asso che più di ogni altro ha saputo far parlare di sé anche in ambienti distanti dalle corse. La sua morte ancora oggi è percepita come vuoto in un ambiente che dal 1 maggio 1994 non è più stato lo stesso.