Se tutti gli eventi motoristici vantano lunghezza, altezza e profondità, il Festival of Speed di Goodwood ha l’arma vincente nella quarta dimensione. Il tempo. Come se fosse davvero possibile salire sulla De Lorean del film “Ritorno al futuro” e viaggiare nelle ere delle corse. Incontrando campioni e macchine da mito, ancora scintillanti e in tiro, con la patina calda e invisibile della nostalgia.

L’idea è semplice e geniale, ma in realtà complessa nella realizzazione. E solo Lord Charles visconte di March poteva concretizzarla. In fondo è erede del duca di Richmond, che nel dopoguerra trasformò l’aeroporto di Westhampnett, presso Cichester, da dove decollavano gli Hurricane, in un tracciato da corsa. Due anni e la pista aprì i battenti. Conobbe la fama di velocissima e spietata, e la corsa del lunedì di Pasqua divenne un classico per la F.1 non iridata.
Nel 1962 Stirling Moss ebbe un terribile crash e qui chiuse la carriera. Per carenze di sicurezza, la pista chiuse alle competizioni nel 1966, ma nel 1970 il pilota costruttore Bruce McLaren trovò la morte in un test Can-Am. Poi il nulla.
Nel 1993 Lord March, subentrato al duca, varò il suo progetto. Da allora, anno dopo anno, sugli immensi prati delle proprietà circostanti, a inizio luglio è possibile ammirare una parata unica di campioni e vetture da corsa, comprese le stelle della F.1. Quest’anno i vip assoluti erano Lewis Hamilton e Jenson Button, oltre alla Red Bull guidata da Mark Webber. E l’idea della mini-corsa in salita sulla strip di 1,8 km è un modo intelligente per dare dinamicità al tutto e anche pretesto per far salire l’urlo dei motori antichi e non. Sulle colline circostanti impazzano le mini-speciali dei rally, ripetendo l’affascinante commistione di epoche. 



In uno scenario così, abbiamo provato a invertire i fattori: scegliendo una belva del futuro, gustandola nel presente, su un tracciato del passato. Il vecchio circuito di 3,8 km, immutato dal 1952, il cui record per la F.1 è di 174,208 km/h di media e fu fatto segnare nel 1965 da Jackie Stewart sulla Brm P261 e sul quale dal 1998 Lord March fa tenere in settembre un revival F.1 con piloti e spettatori in costume d’epoca.

La belva è la Lexus LFA, cambio a 6 marce e V10 aspirato - citazione del propulsore Toyota ex F.1 -, da 560 cavalli a 8700 giri e 325 km/h teorici. Un motore ultracompatto, più piccolo di un V8 e più leggero di un V6, con bielle e valvole in titanio, trapiantato su un telaio centrale in carbonio e plastica rinforzata. Da 0 a 100 km/h in 3”7: un lampo. Provarla è privilegio assoluto, spingerla al massimo faccenda ben diversa. La prima curva destrorsa di Madgwick andrebbe presa piena, invece vince l’istinto di frenare, mentre la Lexus LFA ruggisce repressa, col fascinoso sound a 10 cilindri studiato dalla Yamaha. Fordwater va percorsa in accelerazione, poi frenatona per la secca sinistra di St. Mary, quindi destra-destra per la doppia di Lavant Corner fino alla diretta storta sulla quale, sudando un po’, si passano i 200 km/h. Quindi si frena alla Woodcote e si pennella la chicane per tornare ai box. E questo è niente, perché poi, salendo a bordo con alla guida il tester Akira Iida, veterano di Le Mans e F.3000, è come rivivere i brividi della tornata precedente a una moviola impazzita, col V10 che canta a squarciagola in una Goodwood tornata viva e cattiva. Fa freddo, ma la tuta del passeggero è fradicia di sudore ed emozione.
Il nostro viaggio nel tempo è stato bello finirlo così.