Il record si era toccato a settembre 2012 col governo Monti: ben 2 euro per ogni litro di benzina. Prezzo raggiunto in molti distributori urbani e superato in autostrada. Oggi siamo ridiscesi a 1,738 euro (quotazione ufficiale del ministero Sviluppo a fine aprile). Nel frattempo, però, c’è stata una spudorata rincorsa dei contabili del governo a raschiare il raschiabile dal barile (e dalle tasche degli automobilisti), aumentando Iva e accise in maniera vertiginosa.

Davvero un bello spettacolo

Lo stillicidio era iniziato a giugno 2011 con una sberla di 4 centesimi al litro, per finanziare... lo sbarco degli immigrati. Solo un mese dopo, l’Iva sale di un punto, dal 20 al 21%, cioè un aumento del 5%. Contemporaneamente viene concesso un secondo finanziamento (il primo era ad aprile dello stesso anno) al fondo per lo spettacolo di 0,19 centesimi/litro. Nel novembre 2011, l’alluvione della Lunigiana (chi se la ricorda?) era stata compensata e immortalata con 0,89 centesimi al litro. Ma, un mese dopo, il decreto Salva Italia pretendeva 10 volte di più (8,21 centesimi/litro), che per il gasolio diventavano 13 volte di più (11,21 centesimi di euro). Quindi si passa al 2012, col terremoto dell’Emilia, ricordato ai posteri con 2 centesimi/litro. Ad agosto dello stesso anno, altro aumento di 0,42 centesimi per accontentare la richiesta di un bonus per i gestori delle pompe, assieme a un più giustificato provvedimento di riduzione delle imposte per i cittadini dell’Aquila. A ottobre dell’anno sorso scatta un altro punto di Iva, che sale al 22%, seguito il 1° marzo di quest’anno da un aumento dell’accisa di 0,24 centesimi/l, ufficialmente descritto dalla burocrazia come “disposizioni urgenti per il rilancio della economia”. Non è finita. C’è una spada di Damocle all’orizzonte, per quanto riguarda le accise: sono le clausole di salvaguardia previste dal Decreto Legge sull’IMU e dalla Legge di stabilità per il 2014, un vero e proprio impegno di fronte alla Unione Europea, che nel corso dei prossimi 3-4 anni potrebbe obbligare ad aumenti fino a 6 centesimi al litro. In definitiva, oggi, l’accisa sulla benzina è pari a 0,7308 euro/litro, cui va aggiunto il 22% di Iva sulla somma del costo industriale più l’accisa, per una imposta totale di 1,044 euro al litro: una tassa sulla tassa che porta il Fisco a guadagnare più di un euro per ogni litro di benzina venduta. Postilla: per ogni centesimo di aumento dell’accisa, il prezzo finale sale di 1,22 centesimi. Per la stessa ragione, ad ogni aumento del prezzo internazionale del greggio, l’Erario percepisce la mancia, ovvero una manciata di centesimi per la nuova Iva. Il ministro delle Finanze fa finta di piangere, ma in realtà si stropiccia le mani.

All’automobilista non far sapere…

Nonostante due aumenti dell’Iva e sei incrementi delle accise, oggi il prezzo alla pompa è inferiore di 0,27 euro a quello record del settembre 2012. Non era mai successo prima. Come si spiega un calo così vistoso? Fattori oggettivi: 1) il prezzo internazionale del greggio (Platt’s) è sceso da 0,665 euro/litro (quando il barile aveva sfiorato i 115 dollari) a 0,541 euro di oggi; 2) il costo industriale della benzina è diminuito da 0,818 euro/l a 0,674 di oggi; 3) la vendita di carburanti autotrazione è crollata di oltre il 30% rispetto a cinque anni fa. Fattori soggettivi: 1) sono calati i margini delle compagnie; 2) la raffinazione è in netta perdita; 3) la riduzione dei consumi (del 30%) ha provocato mancanza di liquidità nel settore petrolifero; 4) molti distributori preferiscono restituire il mandato e percepire l’indennità di chiusura; 5) perfino alcune stazioni autostradali chiudono per convenienza economica. Non ci credete? Allora, ha già chiuso una stazione a Varazze sull’autostrada dei Fiori (A10) e sono una decina i distributori in fibrillazione sull’Autobrennero (A22). Non rendono più come una volta, nonostante impieghino manodopera extracomunitaria, nonostante il flusso di turisti, nonostante il traffico merci con l’Austria. Ma proprio la vicinanza con l’Austria (e la Francia per l’Autofiori) mettono in risalto l’eccessiva tassazione fiscale italiana e rendono conveniente fare qualche km in più per rifornirsi oltreconfine, per chi esce. O percorrere i primi 800 km d’Italia col pieno appena fatto all’estero. Se poi aggiungiamo che il concessionario autostradale fa la cresta (oltre 2 centesimi) su ogni litro di carburante venduto, ecco che pochi si fermano al distributore e solo chi sta per rimanere a secco accetta di farsi spremere.

Autolesionismo

Sembra una malattia congenita dei matematici che effettuano calcoli e previsioni nei vari ministeri: non c’è legge o misura fiscale che rispetti il gettito d’entrata, ma quel che è peggio alcuni provvedimenti si trasformano in perdite economiche impreviste. Per esempio, tassare i carburanti molto più di quanto facciano i Paesi vicini rende asfittici i distributori nelle zone di confine, fa crescere gli appetiti dei grandi evasori di accise che giocano a nascondino con la Guardia di Finanza, incrementa la miscelazione fraudolenta di solventi esausti nelle benzine, incentiva la produzione di trucchi più o meno elettronici per imbrogliare la quantità erogata dalla pompa, suggerisce dove e come si possono intascare accise al posto dello Stato. Ma c’è di più: per non indurre in tentazione gli automobilisti che abitano vicino ai confini, il politico di turno chiede e ottiene leggi che istituiscono zone franche e regalano coupon per acquistare benzina con lo sconto. Così nasce il commercio, florido e perfettamente lecito, di carburanti che non pagano le accise che gravano su tutti gli altri. Livigno è una di quelle ricche località che gode di tali vantaggi. E che obbliga le Fiamme Gialle a rincorrere gli abusi, a spendere altri soldi, a fare buchi nell’acqua. E poi c’è l’autolesionismo suggerito dal fanatismo verde. I gas sono ecologici? No, sono come gli altri combustibili fossili, bruciano un po’ meglio di gasolio e di benzina perché sono formati solo da una o da due molecole, ma l’adozione della marmitta catalitica ha livellato la perniciosità dei gas di scarico. Ma nessuno se la sente di interrompere il buonismo cominciato molti anni fa, che privilegia fiscalmente GPL e metano impiegati nell’autotrazione. E allora si incentiva la vendita di questi gas e dei modelli che li impiegano. Che nel corso della loro vita eviteranno accuratamente di contribuire con un euro ai costi dello Stato. Basti dire che la accisa che grava sul GPL è un quarto di quella che grava sulla benzina (a parità di potere calorifico), ma quella che grava sul metano (sempre a parità di contenuto energetico) è addirittura 250 volte meno. Per comprendere meglio il favoritismo di cui gode il metano usato nell’autotrazione segnaliamo che chi lo usa per riscaldarsi e per cucinare paga un’accisa che è 50 volte maggiore. Senza parlare degli incentivi che Stato e Regioni erogano a fondo perduto per l’acquisto dei modelli a metano.

I prezzi sono miei e li gestisco io

Nel Mirino del mese scorso abbiamo pubblicato una foto dei benzacartelloni, sottolineando ancora una volta la vergogna di una iniziativa che finisce col prendere in giro chi l’ha pensata (Bersani), gli automobilisti cui doveva servire e la serietà del Paese intero. Chi ha scritto la norma che ha seppellito gli alti totem presenti in ciascuna stazione di servizio (grandi, utili, leggibili), per sostituirli con tabelloni di difficile lettura e comprensione, posizionati a caso sulle autostrade, costantemente nascosti alla vista dai Tir che ingombrano la prima corsia e perdippiù sempre zeppi di “NP” (non pervenuto), si è dimenticato volutamente di prevedere una sanzione per gli inadempienti. C’è un seguito. Dal 16 settembre scorso i gestori delle 24.000 stazioni di servizio sono obbligati a trasmettere settimanalmente al ministero dello Sviluppo economico i prezzi praticati e, se non lo fanno, scatta una sanzione pecuniaria. Ma attualmente oltre 7.000 impianti dimenticano tale incombenza e addirittura non figurano neppure fra gli impianti registrati. E allora, timidamente, è stata comminata qualche sanzione. Sapete cosa è successo? Le federazioni dei benzinai hanno scritto al ministero chiedendo di eliminare l’obbligo di comunicare ogni settimana i prezzi praticati quando non ci sono state variazioni nei listini. Ma la verità è che – a parte chi non li comunica affatto – spesso quelli che lo fanno, usano messaggi in codice per mimetizzare il vero prezzo. I benzacartelloni ne sono un esempio, per il quale non c’è neppure la sanzione. Bene, il ministero ha risposto che vuole conoscere tutte le settimane i prezzi praticati in ogni stazione e che li pubblicherà sul web, a disposizione di tutti. Finirà che dovremo guidare con internet sulla plancia?

Tsunami in arrivo

La conoscenza dei prezzi è alla base del libero mercato. La concorrenza è valida solo se i prezzi sono veri, pubblicati, aggiornati. Finalmente gli automobilisti vedono differenze di prezzo fra una stazione e l’altra che toccano anche 0,16 euro, che una volta erano 300 lire. Impensabile nel passato. Ma la concorrenza diventerà ancor più importante quando i periodici rincari del Brent, il rialzo del dollaro, le crisi internazionali, le clausole di salvaguardia, la fine della nostra crisi economica, riprenderanno il sopravvento e divoreranno in pochi mesi l’attuale stato di finto benessere dei prezzi petroliferi. Con tutta probabilità il prezzo della benzina schizzerà facilmente sopra i 2 euro. Non sappiamo quando, ma dobbiamo aspettarcelo. E per non dare un’altra mazzata ai consumi e agli introiti fiscali, il Governo dovrà essere pronto a ridurre di conseguenza le accise più care del mondo. Enrico De Vita