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Le vincitrici dimenticate del Car of the Year: quando l’innovazione non basta

Luca Talotta
Pubblicato il 27 novembre 2025, 12:16
Il premio Car of the Year, istituito nel 1964, ha sempre premiato l’innovazione, la qualità tecnica e la capacità di anticipare il futuro. Ma non tutte le vincitrici hanno avuto la fortuna di restare impresse nella memoria collettiva.
Per ogni Fiat Panda o Renault Clio diventata un’icona, esistono auto che – pur avendo vinto il titolo – sono scomparse rapidamente dal panorama automobilistico, complici scelte industriali azzardate, mercati instabili o semplicemente tempi non maturi.
Le “vincitrici dimenticate” sono una categoria a parte nella storia del premio: modelli premiati con entusiasmo dai giurati ma che, col passare degli anni, si sono persi nel grande archivio dell’automobile europea.
Dalla NSU Ro 80 alla Simca 1307: il paradosso della genialità
Un esempio emblematico è la NSU Ro 80, vincitrice del Car of the Year 1968. Rivoluzionaria sotto ogni punto di vista – dal design aerodinamico al motore rotativo Wankel – fu premiata per il suo anticipo tecnico di decenni. Tuttavia, la complessità meccanica e i costi di manutenzione ne decretarono un rapido declino commerciale. Oggi è ricordata solo da appassionati e collezionisti, ma resta una pietra miliare della sperimentazione tedesca.
Stesso destino per la Simca 1307, vincitrice nel 1976. All’epoca rappresentava la modernità della borghesia europea, con una carrozzeria fastback e interni spaziosi. Eppure, dopo pochi anni, il marchio Simca sparì, inghiottito dai cambiamenti industriali e dalle fusioni con Chrysler e Peugeot.
Anche la Mazda 121 (Auto dell’Anno 1988) è oggi un nome quasi sconosciuto ai più. Nata come compatta innovativa e funzionale, non riuscì mai a costruirsi un’identità forte in Europa, lasciando spazio a rivali più consolidate come la Volkswagen Polo o la Fiat Uno.
Le “dimenticate” degli anni Duemila: innovazione incompresa
Negli anni più recenti, il fenomeno delle “vincitrici dimenticate” si è ripetuto, anche se in forme più sottili. La Opel Ampera, premiata nel 2012, fu una pioniera dell’elettrificazione: un’auto plug-in con autonomia estesa, capace di viaggiare in modalità elettrica ma anche con un piccolo motore termico di supporto.
Il mercato, però, non era ancora pronto. Le infrastrutture di ricarica erano limitate e i costi elevati, così la Ampera venne ritirata pochi anni dopo. Oggi, col senno di poi, appare come un precursore delle moderne ibride plug-in europee.
Un’altra vincitrice rapidamente dimenticata è stata la Peugeot 307 (2002). Nonostante l’ampio successo iniziale e il riconoscimento per il comfort e la sicurezza, il modello non riuscì a creare un’eredità duratura. Il design sobrio e la concorrenza crescente nel segmento C ne hanno presto offuscato il ricordo.
Persino la Jaguar I-Pace, Auto dell’Anno 2019, sembra oggi meno presente nel dibattito automobilistico rispetto ad altre elettriche. Pur essendo un capolavoro tecnico e di design, il suo prezzo elevato e il rallentamento del mercato premium l’hanno resa una protagonista silenziosa della transizione elettrica.
Dimenticate sì, ma non inutili
Ogni Auto dell’Anno dimenticata rappresenta una lezione per l’industria. La storia dimostra che le innovazioni più audaci spesso non vengono comprese subito, ma aprono la strada a ciò che verrà.
La Ro 80 ha anticipato l’aerodinamica moderna, la Ampera ha ispirato il concetto di ibrido plug-in, la I-Pace ha dimostrato che anche un marchio di lusso può produrre un’elettrica efficace.
Essere dimenticate non significa fallire: in molti casi, queste vetture hanno semplicemente giocato in anticipo sui tempi. Il mercato, a differenza delle giurie, è spesso conservatore; ma senza i modelli coraggiosi che osano, il progresso non esisterebbe.
Il Car of the Year, in fondo, non è un premio solo al successo immediato: è un riconoscimento alla visione. E alcune visioni, per essere comprese, hanno bisogno di anni.
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