Smart, storia di un mito: la “regina delle città” che ha cambiato la mobilità

Dalla visione di Nicolas Hayek alla fortwo, fino al ritorno della biposto elettrica con la nuova smart #2: l’evoluzione di un’icona urbana
Smart, storia di un mito: la “regina delle città” che ha cambiato la mobilità

Gianluca GuglielmottiGianluca Guglielmotti

Pubblicato il 20 giugno 2026, 07:07

Un’auto ha davvero bisogno di un sedile posteriore se in città si viaggia in media con 1,2 persone a bordo?”. È una delle domande presenti nella prima brochure di un’auto a dir poco rivoluzionaria. Stiamo, ovviamente, parlando di Smart: una delle automobili più riconoscibili degli ultimi trent’anni, ma soprattutto una delle poche capaci di trasformare un limite, le dimensioni ridottissime, in un valore.

Fin dal debutto (fine anni Novanta) la ipercompatta ha dimostrato che un’auto da città poteva essere sicura, elegante, personalizzabile e – nomen omenintelligente. Non una semplice utilitaria, ma un oggetto di design, quasi un manifesto di mobilità urbana. Una vettura nata per parcheggiare dove le altre non arrivavano, muoversi agilmente nel traffico e comunicare un modo diverso di intendere l’automobile.

Oggi la fortwo non è più in produzione, ma la sua eredità è pronta a tornare con la Smart #2, nuova biposto 100% elettrica attesa al debutto mondiale alla fine del 2026.

Le origini: dalla NAFA all’idea Swatch

La storia della Smart nasce prima ancora del marchio. Già negli anni Settanta, in Daimler, si ragionava su un veicolo compatto, efficiente e adatto ai tragitti brevi, pensato per rispondere al traffico urbano e alle prime grandi questioni legate a consumo, spazio e inquinamento. Nel 1981 quell’idea prese forma nella NAFA, acronimo di Nahverkehrsfahrzeug, cioè veicolo per il trasporto di breve raggio.

Era una piccola auto sperimentale, molto avanzata nelle proporzioni e nell’impostazione, ma ancora lontana dagli standard di sicurezza che Mercedes-Benz riteneva indispensabili per portarla su strada. La svolta arrivò negli anni Novanta con Nicolas Hayek, fondatore del celebre marchio di orologeria Swatch. Mentre il mercato continuava a inseguire auto sempre più grandi, potenti e tradizionali, Hayek immaginò una city car a due posti, compatta come un orologio da polso, colorata, modulare, personalizzabile e pensata fin dall’inizio anche per l’elettrico.

L’auto doveva essere accessibile, funzionale, “simpatica”, ma anche tecnologicamente sofisticata. Per trasformare la visione in realtà serviva, però, un partner industriale capace di garantire qualità e sicurezza. Quel partner fu Daimler-Benz. Nel 1994 nacque la collaborazione tra il mondo Swatch e quello Mercedes. Anche il nome racconta questa unione: smart deriva da Swatch, Mercedes e Art.

L’idea era creare non soltanto una piccola auto, ma un nuovo modo di muoversi e di comunicare in città. La carrozzeria con pannelli intercambiabili, la cellula di sicurezza a vista e le proporzioni fuori scala rispetto alle altre auto dell’epoca contribuirono subito a renderla diversa da qualsiasi altra proposta sul mercato.

L'articolo continua nella prossima scheda

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