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L'ultima pagina: La battaglia dei divieti auto per gli Euro 7 tra annunci e pressioni

L'ultima pagina: La battaglia dei divieti auto per gli Euro 7 tra annunci e pressioni

I nove paesi che hanno firmato un appello per arrivare allo stop della circolazione di auto a benzina e Diesel dal 2035, arrivano dopo le scelte di molte case e perdono di vista la gestione di una transizione che può avere effetti più gravi della rivoluzione già in atto

di Pasquale Di Santillo

22 luglio

A volte, certi annunci travestiti da ultimatum generano una sorta di autoironia involontaria che regala l’esatta fotografia di un mondo impegnato a rincorrere l’emergenza da troppo tempo. E se quello del teorico ammorbidimento degli standard del nuovo Euro 7, il cui iter è ancora tutto da approvare, aveva una sua ratio, la notizia apparsa recentemente mi ha fatto davvero tornare il sorriso. Primo lancio di agenzia: un gruppo di nove Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi, tutti rispettabili e allo stesso tempo non esattamente rappresentativi da molti punti di vista del Vecchio Continente) chiedono in una dichiarazione congiunta, di fissare una data “in linea con l’obiettivo emissioni zero o decarbonizzazione, già indicata al 2050” per arrivare al divieto di commercializzazione in Europa di automobili nuove Diesel o benzina.

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Data che sarebbe stata individuata nel 2035. Premesso che si tratta di un orizzonte temporale perfettamente in linea con le scelte operate da alcune Case - Jaguar Land Rover solo green entro il 2025, Audi forse entro il 2026, Volvo e Ford entro il 2030, Mercedes 2039, Hyundai e GM 2040 - e da alcuni Paesi come l’Inghilterra che il divieto lo farà scattare dal 2030, il sorriso scatta proprio perché tutti sembrano non capire il vero problema di questa battaglia ideologica, che continua ad essere ben altro. Anche fosse confermata la data del 2035 - coincidenza, la stessa identificata dall’appello lanciato lo scorso aprile da 27 grandi aziende mondiali - siamo di fronte a una transizione di 14 anni, avete capito bene, quattordici, durante i quali la mobilità europea sarà ancora legata alle alimentazioni tradizionali. Tutto, s’intende, in maniera proporzionale all’infrastrutturazione elettrificata del territorio, alla domanda, a sua volta collegata coni prezzi ancora troppo alti, vedremo ancora per quanto di questa tipologia di vetture. E senza dimenticare che parliamo di stop alla commercializzazione delle auto nuove. Quindi quante ne circoleranno di quelle “vecchie” a benzina e Diesel e per quanto tempo ancora dopo il 2035?

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Insomma, piuttosto che vaticinare date e spingere sull’acceleratore di una rivoluzione già in atto, giusta, legittima, corretta in termini di sostenibilità e per il benessere collettivo del Pianeta, quando cominceremo a leggere appelli per salvaguardare l’occupazione di quelle persone che stanno rischiando (se già non l’hanno perso) il posto di lavoro proprio a causa di una rivoluzione industriale paragonabile solo a quella nel ‘700?

Perchè non assistiamo quotidianamente alla corsa per la gestione di un periodo di transizione davvero complesso che tenga anche conto dei mille luoghi comuni sull’elettrico pulito, come ci ha chiaramente spiegato il Ministro Cingolani nell’intervista che ci ha concesso sul numero precedente, per il quale dovremo aspettare almeno dieci anni, se tutto va bene, per avere le zero emissioni davvero green?

A chi interessa così tanto il business elettrico da limitare l’altro business, quello del petrolio, senza tenere conto della realtà oggettiva che pure si palesa tutti i giorni davanti ai nostri occhi? Sì, a volte certi annunci fanno sorridere anche se preoccupa la superficialità con la quale vengono fatti.

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