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È morto Alex Zanardi, l’uomo che ha cambiato il senso della parola coraggio

Luca Talotta
Pubblicato il 2 maggio 2026, 10:52
Alex Zanardi e il mondo dei motori
Nato a Bologna il 23 ottobre 1966 e cresciuto a Castel Maggiore, Zanardi aveva costruito la propria carriera inseguendo quella passione per le corse che, in Italia, spesso nasce molto prima di diventare professione. Dopo il percorso nelle formule minori, arrivò in Formula 1 nel 1991. La sua esperienza nel Circus non fu quella che gli appassionati avrebbero immaginato per un talento del suo profilo, ma il destino sportivo di Zanardi trovò negli Stati Uniti il terreno ideale per esprimersi.
Fu nella CART, la grande scuola americana delle monoposto, che il pilota italiano entrò nella leggenda. Conquistò due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998, diventando uno dei simboli di quella stagione del motorsport in cui la competizione americana aveva ancora un’identità fortissima, fatta di circuiti cittadini, ovali, strategia, sorpassi spettacolari e personalità capaci di accendere il pubblico. Zanardi non era soltanto veloce: era riconoscibile. Nel modo di guidare, nell’istinto agonistico, nella capacità di interpretare la gara con coraggio e fantasia.
Il suo legame con l’automobilismo non si esaurì mai nella dimensione del risultato. Anche dopo gli anni più luminosi in pista, Zanardi rimase una figura amata perché autentica, diretta, poco costruita. In un’epoca in cui i piloti diventano spesso personaggi mediatici prima ancora che uomini di sport, lui conservò sempre una semplicità rara. Sapeva parlare agli appassionati senza filtri, sapeva raccontare la fatica senza trasformarla in posa, sapeva restare dentro il mondo dei motori con rispetto e gratitudine.
Il 15 settembre 2001, al Lausitzring, in Germania, la sua vita cambiò in modo drammatico. Durante una gara del campionato CART, la sua vettura venne coinvolta in un impatto devastante che portò all’amputazione di entrambe le gambe. Fu uno degli incidenti più impressionanti della storia recente del motorsport, un episodio che ancora oggi resta nella memoria di chi seguiva le corse in quegli anni. Zanardi sopravvisse a condizioni estreme e da quel momento iniziò una seconda parte della propria esistenza, non meno competitiva della prima.
È qui che la sua storia supera la cronaca. Perché il punto non fu soltanto tornare a vivere, ma decidere di non separarsi dall’idea di sfida. Zanardi non si limitò a essere un ex pilota sopravvissuto a un incidente. Tornò a guidare, tornò a gareggiare, tornò a frequentare la velocità con protesi e vetture adattate, dimostrando come la tecnologia, quando dialoga con la volontà umana, possa diventare uno strumento di libertà.
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