Un tagliando agli ESG, l’auto tra sostenibilità e mercato

L'analisi del Centro Studi Fleet&Mobility per verificare l'impatto dei valori ambientali e etici sul mondo automotive, tra costi e benefici 
Un tagliando agli ESG, l’auto tra sostenibilità e mercato

Fabrizio CicciarelliFabrizio Cicciarelli

Pubblicato il 5 febbraio 2026, 09:39

Sostenibilità e automotive. È il connubio che il Centro Studi Fleet&Mobility si è incaricato di analizzare sotto la prospettiva dei valori ESG, acronimo di environmental, social, and corporate governance. Un’indagine affidata al think tank ‘La Società del Marketing Lab’ e partita dalle riflessioni di nove esperti di marketing di aziende italiane e multinazionali. Questi spunti sono stati tradotti in un’indagine rivolta a 400 manager, a cui è seguita l’analisi e la discussione dei risultati da parte dei nove esperti. Il rapporto finale è un vero e proprio tagliando all’Esg, ai suoi pilastri e all’impatto sulle posizioni e le azioni intraprese dalle aziende automotive. «La chiave di lettura dei valori ESG per le imprese e l’economia – spiega Pier Luigi Del Viscovo, presidente dell’Istituto Sperimentale di Marketing e del Centro Studi Fleet&Mobility - non guarda alla loro correttezza, ma a valutare se siano sostenibili o insostenibili, sopportabili o insopportabili».

Impatto ambientale

Il nodo principale riguarda l’impatto ambientale dell’auto, responsabilità che viene estesa dai produttori anche agli utilizzatori, privati o aziende che siano, che «attraverso le proprie scelte – si legge nel rapporto ‘ESG-È tempo di tagliando’ - possono orientarsi verso veicoli a minore impatto, tenendo conto delle reali esigenze di utilizzo, dei chilometri percorsi e dello stile di guida, elementi spesso sottovalutati rispetto alla sola tipologia di motorizzazione». Un aspetto su cui possono incidere anche le aziende «promuovendo prodotti e servizi a minor impatto e lavorando su soluzioni di mobilità sostenibile integrate».

Elettrificazione

Il tema rilancia il dibattito tra l’impatto percepito e quello reale, misurabile non solo nelle emissioni dei singoli veicoli (tank-to-wheel), ma lungo l'intero ciclo di vita del mezzo (well-to-wheel), «includendo produzione dell'auto, dei carburanti, dell'elettricità e delle batterie» nella definizione dell’impronta ambientale. Un approccio che apre una riflessione sull’utilizzo dei bio-fuel, per una significativa riduzione delle emissioni dei motori termici rispetto all’elettricità generata da fonti fossili. «Superare la logica secondo cui solo l'elettrico sia ‘pulito’ è essenziale. L'energia elettrica non proviene interamente da fonti rinnovabili e anche le infrastrutture di ricarica hanno un impatto ambientale».

Effetti sulla filiera

Il rapporto evidenzia inoltre come la transizione elettrica stia «avendo un costo industriale in termini di minore occupazione» in alcune fasi della filiera produttiva, dovuto alla riduzione del numero di componenti meccaniche nei veicoli. Effetto imputabile anche «alla mancanza di coordinamento delle politiche economiche a livello europeo e nazionale», in un passaggio che «richiede politiche di accompagnamento, investimenti in reskilling e una visione industriale di lungo periodo». Temi con cui si stanno confrontando anche le aziende, «dovendo bilanciare le spinte verso la transizione elettrica (environment) con gli interessi degli stakeholder interni, azionisti e dipendenti (social)».

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