Ho fatto un conto. 

Ho cinquantaquattro anni, guido da quando ne avevo diciotto (più qualche piccolo abuso prece- dente che non calcolerò). Da trentasei anni dunque percorro in media venticinquemila chilometri all’anno. Il che significa che in totale ne ho fatti diciamo novecentomila. Che sono certamente pochi rispetto ad un professionista della guida, che sia autista, taxista o camionista. Ok. Novecentomila chilometri ad una media approssimativa di cinquanta all’ora fanno diciottomila ore.

Ovvero settecentocinquanta giorni. Che tradotto significa due anni e venti giorni.

Vi rendete conto? Sono più di due anni della vita trascorsi interamente al volante! Due anni su 36 di patente. E, se Dio me la manda buona, potrei e vorrei averne davanti magari un’altra trentina; più adagino, certo. A me pare un dato incredibile pur non essendo un utilizzatore forsennato. E come fa allora uno a non preoccuparsi di quello che ha sotto il sedere e tra le mani?

Ecco, mi pare un buon ragionamento, di quelli da proporre a chi sceglie la macchina privo di interesse, senza un briciolo di passione, senza pensarci su granché, ma soprattutto senza badare troppo alla comodità, alle funzioni, agli optional, alla sicurezza. Due anni e venti giorni seduto con un portafogli gonfio di scartoffie sulla chiappa destra - per esempio - sono una buonissima spiegazione per quella sciatalgia che a volte mi stronca e alla quale non avevo mai pensato.

Va a finire che la macchina in termini di tempo speso nell’arco di una vita somiglia molto a quello dedicato ad una cosiddetta seconda casa, al mare, in montagna, dove vi pare. Si spiega perché la mia auto sia disordinata come la mia camera da letto, il mio ufficio, il mio studio. Si spiega perché con la propria auto nascano o non nascano certe sintonie.

Si spiega molto bene come mai gli appassionati veri percepiscano nella guida e nei contenuti della propria macchina qualcosa di simile a delle forme di vitalità e arrivino a definire alla perfezione la personalità dell’oggetto che guidano in relazione alla propria.

L’auto è una parte fondamentale della vita, sulla quale forse è bene spendere della concentrazione e magari - potendolo fare - un poco di denaro in più rispetto ad una pianificazione che non tiene conto abbastan- za di una simbiosi così stretta che ormai diamo per scontata.

E poi penso alle emissioni di cui sono responsabile, agli incidenti schivati, agli amori vissuti, alle canzoni cantate, ai panini ingeriti, alle notti dormite, alle risate godute, ai posti visitati. E le voglio bene.

Molto bene. Car sweet car