Il motore del 2020, facciamo 2021, si è fermato. E bisognerà aspettare molto più di quanto si pensi per farlo ripartire, perché come sempre anche l’ingranaggio più grande e complesso si può fermare se un minuscolo sassolino si infila nel posto e nel momento sbagliato. Soprattutto se di mezzo c’entra la politica, le false ideologia e l’unica che conta davvero, quella economica, cioè i soldi. Il problema è che i sassolini sono come le ciliege. Uno si porta dietro l’altro e scendendo a valle insieme possono diventare una valanga difficile da arginare.

UNA TEMPESTA TINTA DI GIALLO

L’hanno chiamata la “tempesta perfetta”, la “Chip crunch”per dirla in inglese, attenendosi ai fatti, cioè trovando un anello di congiunzione tra la pandemia Covid-19 e la crisi dei chip-semiconduttori che sta mettendo in ginocchio l’industria automobilistica mondiale tanto da rischiare una perdita complessiva, a fine 2021, di 100 miliardi di dollari e oltre 7 milioni di unità vendute. Ma senza negare l’evidenza, perché indubbiamente il nesso c’è, visti gli stop produttivi che ha generato forse, per capirla meglio, bisogna fare un passo indietro e riannodare le fila di qualche elemento che condisce di “giallo” un po’ tutta la vicenda. Il 16 maggio 2019 Donald Trump, allora Presidente degli Stati Uniti, nell’ambito della guerra commerciale già in atto con la Cina bannò dagli States il colosso cinese della tecnologia Huawei e 70 società collegate, dopo aver arrestato la figlia del Presidente (nonché vicepresidente del Gruppo) con l’accusa di spionaggio. Impedendo anche ai colossi americani dell’informatica di lavorare con il “nemico” a livello di forniture, compreso l’altro gigante a stelle e strisce, Google, costretto a divorziare immediatamente da Huawei che utilizzava il sistema operativo Android. Stesso provvedimento toccò alla società cinese produttrice di chip SMIC. Questo, in sintesi, il sassolino. La valanga che è seguita ha avuto gli effetti devastanti di un terremoto, tsunami compreso.

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