Cover: Mazda C-X5, la prova strumentale
La terza serie della Mazda CX-5 fa scelte controcorrente: motore aspirato invece che turbo, mild hybrid ma con una propria tecnologia per migliorare l’efficienza. Un’auto diversa che punta a distinguersi

Pubblicato il 7 novembre 2014, 06:32
Una ricetta così semplice, in apparenza, che però ha permesso alla Casa giapponese di costruire un vero e proprio mito automobilistico alla stregua di Porsche 911, Range Rover, Mini e altre icone su quattro ruote, con tre generazioni all’attivo (la quarta è stata presentata proprio di recente) e quasi un milione di unità prodotte. Agli inizi degli anni Novanta, dopo lo strepitoso successo ottenuto negli Stati Uniti (dove si chiamava Miata) e in terra natia (in Giappone era la Eunos Roadster), la Mazda MX-5 sbarcò, precisamente nel 1990, anche in Italia. A un prezzo decisamente allettante, 30 milioni di lire. Non pochissimi in senso assoluto, ma un prezzo stracciato seguendo un determinato ragionamento: la MX-5 era in grado, pur con i soli 115 cavalli del suo bialbero “millesei-sedici-valvole”, di offrire un piacere di guida paragonabile, se non addirittura superiore, a quello di sportive ben più “cavallate" e soprattutto infinitamente più costose. Attenzione, non erano certo le prestazioni velocistiche ad entusiasmare, perché erano sì buone ma nulla di trascendentale: nemmeno 190 km orari effettivi e poco meno di 10” sullo 0-100.


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