Tutta colpa, o merito, della Torino-Genova. Se nel primo ventennio dell’Ottocento non si fosse messo mano ai lavori per costruire la Strada Regia dei Giovi forse l’antica Libarna, metropoli romana fondata intorno al II sec. a.C., sarebbe ancora un tesoro sepolto. Tesoro che a fine giugno, dopo la chiusura forzata dovuta alle misure per il Covid-19, ha riaperto le sue porte ai visitatori. E a una strada, la via Postumia che correva tra Genova e Aquileia, Libarna probabilmente deve anche la sua nascita: l’abitato sta giusto lungo un tratto della consolare di Postumio Albino. L’area archeologica, che corrisponde ad appena un decimo della città originaria, sfoggia le classiche caratteristiche monumentali dell’urbanistica romana: i templi, il foro, le terme, le botteghe, le ville e le residenze private con i tipici ambienti disposti intorno a un cortile centrale, il peristilio. E poi c’era il teatro, una cosa di una certa imponenza con il suo ambulacro esterno a ventidue arcate, la cavea divisa in ventisei file di gradoni che potevano accogliere poco meno di quattromila spettatori (con la app Libarna è possibile vederne una ricostruzione tridimensionale). È ancora visibile anche un grande mosaico che raffigura il mito di Licurgo e Ambrosia.

Attorno all’antica città romana si allargano placide le colline del Gavi, un posto che, se volesse, potrebbe fare una concorrenza agguerrita al Chianti e alle Langhe. Le morbide montagnole dove s’allineano i filari sono ricche di terre rosse e marne argillose, terreno adatto a produrre quell’uva Cortese che, nel 1798, il Conte Nuvolone, vicedirettore della Società Agraria di Torino descriveva così: “Grappoli alquanto lunghetti, acini piuttosto grossi, quando è matura diviene gialla ed è buona da mangiare, fa buon vino, è abbondante e si conserva”. I venti della vicina costa ligure poi danno ai vini un profumo d’agrumi. Il risultato è un bianco fresco e armonico, dalla struttura sapida e minerale con sentori che vanno dal pompelmo alla pesca a polpa bianca e alle mandorle amare, il Gavi appunto, declinato nelle versioni tranquillo, frizzante, spumante, riserva, riserva spumante metodo classico.

Se ne sta alta su una collina pure l’antica Fortezza di Gavi, baluardo della Repubblica di Genova, costruito a più riprese a partire dal XII secolo e utilizzato fino al secolo scorso come galera. Sono ancora visibili (e visitabili) le tante celle dove, tra il 1940 e il 1943, furono imprigionati i soldati anglo-americani, ma il punto più spettacolare sono i bastioni che regalano un panorama a 360 gradi sui vigneti, i boschi e la sagoma brusca e geometrica del Monte Tobbio. Ai piedi del forte si distende il vecchio borgo di Gavi, bandiera arancione del Touring Club Italiano: un abitato dal vago sapore genovese con il suo Portino, unico sopravvissuto dei quattro ingressi che nel Medioevo bucavano le mura cittadine. Da vedere assolutamente la chiesa di San Giacomo Maggiore, uno dei migliori esempi di architettura romanica nell’alessandrino, con un pregevole portale con architrave su cui spicca un bassorilievo che raffigura l’Ultima Cena; e poi il Santuario di Nostra Signora della Guardia e gli eleganti palazzi rinascimentali come Casa Ayroli e Palazzo Serra. Da assaggiare invece i celebri amaretti di Gavi.