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Tesla ferma Model S e Model X: la fine di un’era che racconta il nuovo corso

Luca Talotta
Pubblicato il 3 febbraio 2026, 12:37
La decisione di Tesla di fermare la produzione di Model S e Model X segna uno spartiacque simbolico per l’industria dell’auto elettrica. Non si tratta soltanto dell’uscita di scena di due modelli storici, ma della conferma di una trasformazione più profonda che riguarda identità, strategia e ambizioni del marchio californiano. Quando Elon Musk parla di «congedo onorevole», il messaggio è chiaro: un capitolo si chiude senza eredi diretti.
L’annuncio è arrivato durante la call sui risultati del quarto trimestre 2025. La produzione verrà progressivamente interrotta nel corso del 2026 e lo stabilimento di Fremont, per oltre un decennio cuore pulsante delle ammiraglie elettriche Tesla, sarà riconvertito per ospitare la linea di assemblaggio del robot umanoide Optimus. Una scelta che, almeno nelle intenzioni ufficiali, rappresenta l’evoluzione naturale di Tesla verso un futuro sempre meno legato all’auto in senso tradizionale.
Dal mito fondativo al ridimensionamento industriale
Per comprendere il peso di questa decisione è necessario ricordare cosa abbiano rappresentato Model S e Model X. La prima, lanciata nel 2012, è stata l’auto che ha cambiato la percezione dell’elettrico: prestazioni elevate, autonomia credibile e posizionamento premium in un’epoca in cui il settore era ancora sperimentale. La seconda, arrivata nel 2015, ha portato il concetto di SUV elettrico di lusso su un piano inedito, con soluzioni stilistiche e tecniche che hanno fatto discutere ma anche scuola.
Insieme, questi modelli hanno costruito l’immagine di Tesla come marchio aspirazionale e hanno aperto la strada ai prodotti di grande volume come Model 3 e Model Y. Proprio questi ultimi, però, ne hanno progressivamente ridotto il peso strategico, trasformandoli da pilastri industriali a vetrine tecnologiche sempre più costose da sostenere.
Le motivazioni ufficiali e ciò che resta fuori dal racconto
La narrazione proposta da Musk agli investitori è lineare: Tesla non vuole più essere soltanto un costruttore di automobili, ma una piattaforma di intelligenza artificiale, autonomia e robotica. In questo scenario, Model S e Model X sarebbero legate a una piattaforma ormai inadatta a supportare pienamente il Full Self-Driving e le future architetture software ed elettriche.
Una spiegazione coerente sul piano strategico, ma che non esaurisce il quadro. Perché dietro la retorica del “futuro” si nascondono dinamiche molto più concrete, legate a volumi, margini e sostenibilità industriale.
I numeri che spiegano la scelta
Nel 2025 Tesla ha consegnato oltre 1,6 milioni di veicoli, ma la quasi totalità è rappresentata da Model 3 e Model Y. Tutti gli altri modelli – inclusi Model S e Model X – rientrano in una categoria residuale che pesa pochissimo sui volumi complessivi. Le stime degli analisti indicano che le due ammiraglie abbiano totalizzato circa 30.000 unità globali, a fronte di una capacità produttiva nettamente superiore.
Il risultato è un tasso di utilizzo degli impianti molto basso, che rende economicamente inefficiente mantenere una linea dedicata. A questo si aggiunge il calo della domanda nei mercati chiave: in Europa Tesla aveva già ridotto drasticamente la disponibilità dei modelli, mentre in Cina gli ordini erano stati sospesi a causa dei dazi sulle importazioni dagli Stati Uniti.
In altre parole, già prima dell’annuncio ufficiale, Model S e Model X avevano smesso di essere prodotti globali.
Una questione di margini e di narrazione finanziaria
C’è poi il tema dei margini. Negli ultimi anni Tesla ha ridotto più volte i prezzi delle sue ammiraglie per stimolare la domanda, comprimendo ulteriormente la redditività. In un contesto in cui il 2025 ha segnato il primo calo dei ricavi nella storia dell’azienda, con utili in forte contrazione, la razionalizzazione della gamma diventa una scelta quasi obbligata.
Ma c’è anche un altro livello di lettura: la necessità di cambiare racconto. Parlare di robot umanoidi, robotaxi e intelligenza artificiale sposta l’attenzione degli investitori lontano da un mercato dell’auto sempre più competitivo e meno redditizio. Optimus, in questo senso, diventa non solo un progetto tecnologico, ma uno strumento narrativo potente.
Il nodo Optimus e le incognite del futuro
Ed è proprio qui che emergono le principali incertezze. Nonostante le ambizioni dichiarate, il progetto Optimus è ancora lontano da una reale maturità industriale. I ritardi produttivi, le dimostrazioni controverse e le perplessità sollevate da analisti indipendenti mostrano come il divario tra concept e realtà commerciale sia ancora ampio.
Convertire una fabbrica storica dell’auto per puntare tutto su un prodotto non ancora validato su larga scala è una scommessa che comporta rischi significativi. E solleva una domanda centrale: Tesla può davvero permettersi di rinunciare ai modelli che hanno costruito il suo mito, senza avere già pronto un nuovo pilastro industriale?
Un passaggio simbolico per tutto il settore
La fine di Model S e Model X non è soltanto una scelta interna a Tesla. È il segnale di come l’industria dell’auto elettrica stia entrando in una fase diversa, meno pionieristica e più selettiva. I modelli iconici lasciano spazio a piattaforme scalabili, a prodotti razionalizzati e a strategie che guardano oltre l’automobile.
Resta da capire se la visione di Musk riuscirà a tradursi in un nuovo successo industriale o se, col senno di poi, l’uscita di scena delle due ammiraglie verrà ricordata come la fine di un’epoca irripetibile.
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