Robotaxi in Europa, perché Volkswagen, Mercedes e Waymo accelerano comunque

La corsa ai robotaxi in Europa entra in una fase concreta: tra Londra, Amburgo e Zagabria i costruttori e le big tech spingono sull’autonomia urbana, ma il mercato resta tutto da costruire

Robotaxi in Europa, perché Volkswagen, Mercedes e Waymo accelerano comunque
© Uber

Luca TalottaLuca Talotta

Pubblicato il 1 aprile 2026, 10:21

Mercato incerto, ma partita strategica

Il vero nodo resta l’accettazione sociale ed economica. Gli studi più recenti mostrano che i tempi di adozione dell’autonomia si stanno allungando. McKinsey rileva che, rispetto al 2023, le timeline si sono spostate avanti di uno o due anni nella maggior parte dei casi e che il rollout globale su larga scala dei robotaxi è ora atteso intorno al 2030, non più nel 2029. In altre parole: la tecnologia corre, ma il mercato corre meno.  

Questo scarto è fondamentale anche per leggere le mosse di Volkswagen, Mercedes e Waymo. Chi investe adesso non lo fa perché immagina una monetizzazione piena e immediata in tutte le città europee, ma perché vuole occupare una posizione strategica prima degli altri. Nel settore automotive, arrivare tardi significa spesso ritrovarsi nel ruolo di semplice assemblatore, mentre il valore si concentra su software, dati, servizi e customer journey. È una lezione che l’industria europea conosce bene e che prova a non ripetere.

C’è poi un’altra riflessione che riguarda direttamente il settore. Difendere l’automotive, oggi, non significa opporsi per principio ai robotaxi o considerarli una minaccia al modello tradizionale dell’auto. Significa piuttosto capire che questa transizione, se governata da player europei e integrata con le esigenze delle città, può diventare un’estensione industriale del comparto. Se invece verrà lasciata interamente nelle mani di piattaforme esterne, il rischio è che l’Europa perda un altro pezzo di sovranità tecnologica e industriale. Anche per questo la mossa di Volkswagen con MOIA e quella di Mercedes con la Classe S robotaxi hanno un peso che va oltre il singolo servizio urbano.  

Allo stesso tempo, serve realismo. Il dibattito pubblico europeo dice che le città chiedono prima di tutto trasporto collettivo affidabile, capillare e conveniente. Il rischio, sottolineato da diversi osservatori, è che il robotaxi diventi competitivo soprattutto sulle tratte più redditizie, drenando utenza dal trasporto pubblico e aumentando congestione e chilometri percorsi a vuoto. Clean Cities cita modelli secondo cui i robotaxi potrebbero sottrarre dal 7% all’80% della domanda del trasporto pubblico a seconda delle regole adottate. È una forbice enorme, che dimostra quanto la partita dipenderà più dalla governance urbana che dalla sola tecnologia.  

Per questo il 2026, più che l’anno della consacrazione, potrebbe essere l’anno della selezione. Le aziende che entreranno nelle città europee dovranno dimostrare non soltanto che i veicoli funzionano, ma che il modello sta in piedi economicamente, che convive con autobus, metro e tram e che riesce a generare fiducia. In un mercato ancora incerto, la vera differenza potrebbe non farla il sensore migliore o il software più avanzato, ma la capacità di costruire un servizio credibile, integrato e accettato.

In sintesi, Volkswagen, Mercedes e Waymo stanno spingendo sui robotaxi in Europa perché sanno che il terreno si sta aprendo adesso e che aspettare potrebbe costare caro. Ma l’adozione resta un’incognita, e l’Europa non sembra disposta a consegnare le sue città alla guida autonoma senza chiedere in cambio sicurezza, regole e utilità pubblica. La rivoluzione, insomma, è partita. Il punto è capire chi la guiderà davvero e a vantaggio di chi.

 

 

 

Iscriviti alla newsletter

Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail

Premendo il tasto “Iscriviti ora” dichiaro di aver letto la nostra Privacy Policy e di accettare le Condizioni Generali di Utilizzo dei Siti e di Vendita.

Commenti

Loading