Il coronavirus ha paralizzato l’economia mondiale e tra le conseguenze immediate c’è stato il crollo della domanda del petrolio. Prima la lotta tra Russia, Arabia Saudita e Usa, che ha portato all’accordo del 12 aprile, e poi l’inevitabile: l’offerta è troppo superiore alla domanda, per le misure di lockdown attuate a livello globale e anche per il fermo del trasporto aereo (una larga fetta della domanda complessiva). Non è un caso che il Wall Street Journal, proprio ieri, abbia titolato “Less Than Zero”. Meno di zero.

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Crisi senza precedenti

Gli esperti parlano di una crisi senza precedenti storici. L’enorme gap tra offerta e domanda sta mettendo in difficoltà i produttori che non sanno dove mettere il greggio estratto. Lo spazio nei depositi si sta esaurendo. La naturale conseguenza? Non vendono più il petrolio, ma pagano chi viene a prenderselo. “Senza precedenti storici” non è una frase fatta. Sempre ieri, per la prima volta nella storia, il West Texas Intermediate (un tipo di greggio usato come benchmark negli Usa per determinare il prezzo) è sprofondato a -37 dollari al barile. All’inizio del 2020 il prezzo era di 60 dollari.

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Le conseguenze

Cosa comporta questo? Apre a molti la possibilità di una forte speculazione. Chi adesso ha la possibilità di comprare a -37, avrà un enorme guadagno i prossimi mesi, quando rivenderà il petrolio, anche a prezzi bassi. L’unica nota positiva è che non tutto il petrolio ha subìto la stessa drastica variazione, come il Brent che seppur in calo, sta resistendo meglio degli altri.

Le petro-economie (basate solo sul greggio) rischiano molto. E lo stesso anche i produttori americani di shale oil. Si temono le bancarotte. E il prezzo della benzina alla pompa? Se la riduzione ci sarà, sarà minima: soprattutto in Italia, vista la presenza di Iva e accise, è impossibile che il prezzo scenda più di tanto.

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