Chi l'ha detto che un'auto da corsa per essere ricordata negli anni a venire deve per forza vincere? La storia del motorsport è piena di esempi di vetture che non sono mai salite su un podio ma che per tanti motivi sono entrate nell'immaginario collettivo. Una di queste è senza dubbio Alfa Romeo 16C Bimotore. E la spiegazione della sua originalità e importanza storica è contenuta già nel nome. Poi c'è un'altra ragione, legata a un uomo "basso di statura", ma con un "corpo eccezionale" e delle "mani come artigli".

UNA DEGNA RIVALE DELLE TEDESCHE

Nel pieno degli anni Trenta, la Formula 1 non è ancora nata. Almeno, non ufficialmente, perché le monoposto corrono, eccome se corrono. Soprattutto le tedesche, Mercedes e Auto Union, che hanno le migliori macchine, migliori risorse tecnologiche e probabilmente anche i migliori piloti.

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L'Italia si difende con l'Alfa Romeo e il suo alfiere, la P3, detta anche Tipo B. Che però accusa un notevole distacco dalle auto tedesche in fatto di cilindrata e potenza. Enzo Ferrari, che ancora non ha fondato il Marchio ma si limita a far correre le auto del Biscione, propone all'ingegner Luigi Bazzi, capo tecnico della scuderia, una soluzione originale e un po' pazza: costruire una macchina con due motori, due V8, uno davanti al pilota e uno dietro, per arrivare così ad avere un'alimentazione complessiva di 5810 cc e 540 cavalli, ben di più di Mercedes e Auto Union.

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Idea interessante, coraggiosa. E approvata. Ma c'è un problema: bisogna iniziare a progettarla da subito, perché di lì a quattro mesi si correrà il Gran Premio di Tripoli, uno dei più importanti in calendario. Di costruire un nuovo telaio non se ne parla, troppo poco tempo: il team Ferrari prende un'unità P3 e la modifica. I due motori da 8 cilindri ciascuno vengono inseriti e un lungo albero li connette. Cambio e frizione sono unici, mentre altri due alberi laterali consentono di mantenere la trazione posteriore. Nel muso c'è il logo Alfa Romeo, nelle fiancate il Cavallino Rampante. La 16C Bimotore è nata.

TRIPOLI E BERLINO

Primo test, 10 aprile 1935, autostrada Bergamo-Brescia. Collaudatore d'eccezione, Tazio Nuvolari. Che parte. I motori rombano come tuoni, ma il pilota mantovano non schiaccia più di tanto il piede destro. La sua sensibilità gli fa accorgere sin da subito che quella 'bestia' sarà sì potentissima, ma governarla è maledettamente faticoso. Sul rettilineo bene, benissimo, ma in curva la macchina promette di farti volare via dall'abitacolo quando vuole. Però tutti gli astanti, Ferrari in primis, sono pieni di gioia, perché tutti ripongono speranze di vittoria in quella monoposto. E Nuvolari tace, butta giù un sorriso e si prepara per il debutto in pista.

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Il 12 maggio '35 si va a Tripoli. Il circuito africano è teoricamente perfetto per la 16C Bimotore, perchè pieno di rettilinei dove l'auto può dare il meglio di sè e battagliare le tedesche. Alfa Romeo schiera tre esemplari, per Nuvolari, Luis Chiron e Raymond Sommer. Ma le previsioni di vittoria muoiono dopo pochi giri. L'auto è ingestibile per un tracciato. La Mercedes trionfa sotto il sole libico, mentre Nuvolari e compagnia arrivano quarto, quinto e sesto.

All'Avusrennen di Berlino va un po' meglio: Chiron si piazza secondo, grazie anche all'aumento di cilindrata, uno spropositato 6330 cc, ma non basta, perché la Mercedes W25B del vincitore Luigi Fagioli ha un distacco di 1'25''.

TAZIO, REALIZZA IL RECORD!

Continuare non ha senso. Se ne accorgono tutti, dai piloti a Ferrari, fino ai dirigenti Alfa. Basta Gran Premi per la 16C Bimotore. Rimane però un modo per battere i tedeschi: il record di velocità stradale. Primato in quel momento: 317 km/h, realizzato da Hans Stuck con l'Auto Union. A Nuvolari il compito di batterlo.

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La 16C viene alleggerita di 250 kg e dotata di speciali pneumatici Dunlop. Location scelta è l'autostrada Firenze-Mare, nello specifico il tratto Lucca-Altopascio. La mattina del 15 giugno 1935 Nuvolari - che non si presenta con la classica maglietta gialla in quanto non si tratta di una corsa, ma in tuta bianca - sale sulla 'bestia' e preme l'acceleratore. L'inizio non è confortante, perché dopo pochi metri il vento rischia di far sbandare la vettura, e il pilota mantovano deve andare di sterzo e controsterzo per ristabilire l'equilibrio.

Che raggiunge. E poi è divertimento, è velocità, è 300 km/h superati ampiamente, è Nuvolari. La prova termina, occhio al cronometro: 321, 428 orari sul chilometro e 323,175 km/h sul miglio. Record, tedeschi battuti. Finalmente.

L'impresa di quella mattina di giugno rimane l'ultimo sussulto di vita della 16C Bimotore, che oggi riposa e si lascia ammirare nel museo di Arese. Non ha mai vinto una gara, ma, lo diceva anche Lucio Dalla: se, quando corre, Nuvolari "mette paura mentre taglia ruggendo la pianura" è anche perché "il motore è feroce".

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